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Eroi italiani, intervista a Marco Omizzolo: battaglia prosegue contro ogni forma di sopruso e razzismo

 

Marco Omizzolo torna a casa, nella sua Sabaudia, una cittadina di meno di ventimila abitanti che per anni è stata famosa per essere la spiaggia dei vip e degli intellettuali. Lui, per primo, ne ha svelato il secondo volto, quello scomodo, fatto di circa 8000 cittadini indiani sfruttati nei campi e sotto le serre dove si produce la seconda voce del pil provinciale, l’ortofrutta, al costo di due euro l’ora e pagando il prezzo altissimo di uno sfruttamento umano senza fine. Per anni Marco Omizzolo ha denunciato lo scandaloso abuso del lavoro umano nelle campagne dell’agro pontino, ha documentato il sangue, il sudore e la sofferenza, ha provato il ricorso dei braccianti all’uso di droghe pesanti e di antinfiammatori per non sentire la fatica, è stato minacciato, denunciato, messo alla berlina, tacciato di avere interessi economici nelle tessere sindacali dei lavoratori indiani. Da pochi giorni tutto questo ha un valore maggiore e diverso perché Marco Omizzolo è uno dei Cavalieri al merito della Repubblica Italiana nominato da Mattarella. Nessun politico dalle sue parti, dove la destra spadroneggia da sempre, ma c’è anche una buona dose di sinistra, gli ha fatto i complimenti pubblici. Ma “fa nulla”, dice lui.
“I messaggi d’affetto di amici e conoscenti sono stati davvero tantissimi – aggiunge – e non so come ringraziare tutti.L’ho fatto con un post su Facebook e lo farò ancora. Credo comunque che il modo migliore per dire grazie al Presidente Sergio Mattarella e a tutti coloro che mi sono vicini sia continuare a fare ciò che ho fatto e cercare, anzi, di farlo meglio”.

Ti aspettavi questo riconoscimento?

“No, sono rimasto sorpreso, senza parole.Questa nomina mi riempie di orgoglio e di responsabilità. Non so se meritato ma certo costituisce uno stimolo a continuare i miei studi e le mie battaglie: diventare Cavaliere della Repubblica significa, per me, impegnarsi ancor più nella battaglia contro ogni forma di ingiustizia e illegalità”.

Dal primo momento hai detto che il tuo lavoro è stato frutto di un impegno collettivo, di un gruppo.

“Sì, ringrazio i miei compagni di viaggio, a partire dalla cooperativa In Migrazione senza la quale non sarebbe stato possibile fare questo percorso. Ma, ancora di più, tutto questo non sarebeb stato possibile senza il coraggio dei tantissimi braccianti indiani che hanno trovato la forza di denunciare lo sfruttamento. E non è affatto facile in una situazione di debolezza e dove vige tanta omertà davanti allo strapotere di alcuni potentati economici. Loro meritano molto più di me questo riconoscimento. E meritano quella giustizia che aspettano da anni”

I braccianti indiani che hanno denunciato i loro ‘padroni’ non hanno avuto giustizia perché la sezione lavoro del Tribunale di Latina è paralizzata da tre anni. Paradossale no?

“Sì, infatti. Ci è stato detto che sarebbe stato potenziato l’organico e che le cose sarebbero cambiate. Invece… stiamo ancora aspettando, ma non ci arrendiamo. La battaglia prosegue contro ogni forma di sopruso e razzismo, contro il potere mafioso che incide sull’agricoltura e danneggia i segmenti sani di quel settore. Si va avanti, più forti di prima”.

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