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Editoria. Un taglio pornografico

 

Dopo lo stop apparente dell’ipotesi di taglio del fondo per il pluralismo e l’innovazione, frutto anche della mobilitazione sindacale e di diverse delle testate interessate, dal vertice sulla manovra finanziaria è uscita la condanna a morte. Al Senato, secondo il vicepremier Di Maio, il plotone di esecuzione sparerà e non a salve: -25% nel 2019, -50% nel 2020, -75% nel 2021. Fine nel 2022. Si avvicina, dunque, l’ora X l’ossessione che contraddistingue il Mov5Stelle dal 2007? Ecco, guardare le date. Nel frattempo, quel fondo, che ha persino cambiato nome, è cambiato molto e –tra l’altro- è sceso al di sotto di 60 milioni di euro. Meno dell’emolumento annuale di Ronaldo, ad esempio. I criteri di elargizione delle risorse sono stati largamente bonificati e l’epoca delle spese allegre in buona sostanza è finita. Anzi, un dubbio sorge ed inquieta. La nuova legge, varata nell’ottobre del 2016, ridefinisce parametri e criteri. Ma l’applicazione delle disposizioni normative e avverrà solo dal prossimo gennaio. Le domande di accesso, infatti, solo allora potranno essere verificate. Come si fa, quindi, a decidere proprio ora tagli ad un settore formalmente ancora ignoto? Uno sparo nel buio. Anzi, no. Un esercizio di pura ideologia, una sorta di punizione severa di un mondo che non si controlla. E si sceglie l’area debole, meno protetta dal mercato, popolata di fogli di opinione o legati all’associazionismo locale. “Eroismo” vigliacco.

Come potrebbe confermare chiunque gestisca un’impresa editoriale, tanto più in un periodo di terribile crisi delle vendite, già l’annuncio dei tagli è un taglio di fatto. E difficilmente banche o investitori si fideranno della tenuta economica di chi è in lista di attesa per l’esecuzione finale. Si è tenuto conto degli effetti diretti e collaterali di simili annunci?

Continua, poi, a rimanere misterioso il perché di simile accanimento terapeutico, che assomiglia ormai ad una tortura. I risparmi eventuali sarebbero assai scarsi e, ovviamente, i costi dell’improvvisa fuoriuscita di circa 1500 persone peserebbero sulle casse previdenziali e sulla cosa pubblica. Che senso ha simile stillicidio? La tagliera è arrivata pure a Radio radicale, messa assurdamente a rischio senza alcun accettabile motivo.

Una preghiera. Si azzeri la vicenda. E si parli finalmente di una vera riforma del sistema, progressiva e coraggiosa, in grado di tutelare culture e professionalità nell’era della dittatura dell’istantaneità impressa dagli oligarchi della rete. I vari Google, Facebook, Amazon, che sembrano avere i favori degli attuali gestori di Palazzo Chigi. Se l’intenzione profonda è quella di incentivare l’età della rete e della comunicazione digitale attraverso l’estinzione della carta stampata, si sappia che il risultato si preannuncia negativo su entrambi i fronti. Questo ci dicono le ricerche aggiornate.

Insomma, si discuta davvero senza pre-giudizi. E le stelle non stanno a guardare. E neppure le vittime designate.

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1 COMMENTO

  • Sandro kensan

    Io leggo solo su Internet e raramente la “carta”, raramente compro Il Fatto quotidiano ma comunque sono ben disposto a elargire donazioni ai giornali che mi sono simpatici. Non capisco tutto questo attaccamento alla carta stampata: non viene più usata. Solo le persone avanti con l’età comprano i giornali, quindi non ha senso spendere 500, o 150 o ancora 60 milioni di euro per amicarsi i giornalisti e quindi i loro lettori.

    In effetti che sto dicendo? articolo21.org è sul web!

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