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Yemen, povero quel Mondo che ha bisogno della pornografia del dolore per illuminare crisi dimenticate

 

Lo sguardo sbarrato dall’orrore della fine di una vita di sofferenze e il corpicino scheletrico di Amal, 7 anni, yemenita morta di malnutrizione, hanno ‘accesso’ per alcune ore i riflettori sul conflitto dimenticato dello Yemen.
La sua foto è stata pubblicata dal New York Times nei giorni scorsi per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale sulle conseguenze della guerra in corso da tre anni e mezzo nel martoriato paese mediorientale e che coinvolge l’intera popolazione.
Una crisi alimentata dall’Arabia Saudita, che dal 2015 guida una colazione impegnata in azioni militari (gran parte delle bombe e delle armi utilizzate nel conflitto sono prodotte in Italia) a supporto delle forze governative che si oppongono al gruppo armato antigovernativo ispirato da Husayn al Houthi, leader sciita assassinato nel 2004, che nel settembre del 2014 ha invaso con i suoi combattenti la capitale, Sanaa, e rovesciato il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi.
Amal è morta di fame e di stenti quattro giorni fa, tra l’ipocrisia di tanti e l’indifferenza di chi oggi, di fronte alla fotografia dello spettro a cui era ridotta, grida alla vergogna e chiede interventi per porre fine al dramma dei bambini yemeniti.
Bene. Meglio tardi che mai.
Ma povero quel Mondo che ha bisogno della pornografia del dolore per essere costretto ad alzare lo sguardo sul dramma di migliaia di piccoli innocenti che con i loro genitori rischiano quotidianamente la vita per la brama di potere e di controllo di individui e entità senza scrupoli.
Mi occupo da tempo di Yemen e non ho mai avuto bisogno di immagini strazianti per continuare a illuminare questa immana tragedia.
In passato, per la guerra in Siria e l’esodo di migliaia di profughi a cui l’Europa chiudeva le porte, avevo ritenuto giusto, seppur combattuta e forzando i miei principi basati sui dettami delle carte deontologiche, in particolare quella di Treviso che tutela i minori, pubblicare e commentare la foto di Aylan Kurdi, il bimbo siriano morto in un naufragio e arenatosi su una spiaggia turca a faccia in giù
Come scrissi in quell’occasione il limite imposto dalla mia coscienza e dal profondo rispetto per l’umanità, sul quale ho sempre improntato il mio lavoro, era stato superato.
Su quel bagnasciuga a Bodrum era morta l’Europa. Ed era giusto mostrarlo al mondo intero.
Oggi no, non trovo quello spirito nel mostrare l’immagine spettrale e terribile di Amal. E non lo farò. Mai.
Come Amal tanti, tantissimi altri bambini yemeniti, non hanno più  speranze, attendendo l’inevitabile agonizzanti in ospedali da campo, a volte troppo lontani dai loro villaggi per permettere alle loro famiglie, che non hanno soldi per comprare la benzina, di portarli lì per cercare di salvarli.
Lo strazio di quella bimba senza vita, finita sulla prima pagina del più importante quotidiano occidentale e di alcuni giornali italiani, sarà presto un ricordo sbiadito e le dichiarazioni, gli impegni scaturiti dalla ‘vergogna’ per quel simbolo divenuto in poche ore l’emblema universale di una tragedia che ha ormai travalicato il più orribile degli immaginari, non saranno altro che carta straccia.
Solo parole e ipocrisie cancellate dagli accordi che i produttori di armi continuano a sottoscrivere con i sauditi e dagli interessi a cui i partner di Riad, seppure in imbarazzo anche per la vicenda di Jamal Kashoggi, non sono intenzionati a rinunciare.

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