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La negritudine concentrata in una foto di protesta

 

Di Antonella Sinopoli

La dignità e il rispetto possono essere concetti astratti. Finché qualcuno o qualcosa te li consegna in carne ed ossa.

E se questa carne e queste ossa appartengono a bambini, allora la lezione diventa storica. Per te che la racconti e per gli altri – si spera.

Più lunga è la mia permanenza in territorio africano, meno mi attardo a fotografare le persone. Esseri umani, come me. Che la maggior parte delle volte non hanno nessuna voglia di finire sui tuoi social a generare commenti o like a cui loro non potranno replicare. Lo raccontavo anche qui, quanto fastidioso diventa, con il tempo, fare i conti con la pornografia della povertà, che ha trasformato gli africani in oggetti e noi in consumatori voraci di storie e facce disperate. Sicuro che sono disperate? O siamo noi alla ricerca continua di realtà che ci facciano sentire,  inconsciamente ma evidentemente – fortunati, migliori, civilizzati, diversi.

No, non siamo diversi. E loro, i ragazzi che vedete nella foto, me lo hanno sbattuto in faccia. Prenderne coscienza è stato illuminante. E come vorrei, come vorrei che questo gesto passasse e circolasse tra tutti quelli che vanno in giro a rubare volti e situazioni. Tra tutti quelli che l’Africa la usano. Tra tutti quelli per cui esiste un “loro” ma non un “noi”.

Quella foto volevo prenderla per testimoniare la difficoltà di frequentare la scuola per bambini che vivono in villaggi – in questo caso un villaggio sulla costa occidentale del Ghana – dove mezzi di trasporto non se ne possono prendere e si deve camminare a lungo sulla spiaggia e attraversare  un ponte, singolare ma instabile, per arrivare all’edificio scolastico.  E questo tutti i giorni, andare e venire… Continua su vociglobali

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