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Oggi Giornata mondiale contro la pena di morte. In 56 paesi è ancora in vigore

 

La pena di morte non è solo una forma di tortura per il metodo dell’esecuzione, qualunque esso sia. L’attesa è tortura. Le condizioni di prigionia sono tortura, come fossero una punizione supplementare. La richiesta specifica della Giornata mondiale contro la pena di morte di quest’anno (fermo restando che l’obiettivo resta quello di arrivare alla sua abolizione nella manciata di paesi che ancora l’applicano) è che i prigionieri condannati a morte siano trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani.

Amnesty International ha documentato condizioni detentive agghiaccianti in molti paesi del mondo, ma la sua campagna quest’anno si concentra su Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia, dove la crudeltà del sistema della pena capitale è estrema.

In Ghana i condannati a morte denunciano che spesso non ricevono le cure mediche necessarie per curare malattie o disturbi di lunga durata.
In Iran, Mohammad Reza Haddadi, nel braccio della morte da quando aveva 15 anni, ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni (qui l’appello da firmare: https://www.amnesty.it/appelli/salva-mohammad-condannato-alla-pena-morte-15-anni/).
Matsumoto Kenji, in Giappone, soffre di delirio molto probabilmente a causa del prolungato isolamento in cui trascorre l’attesa dell’esecuzione.
Hoo Yew Wah ha presentato una richiesta di clemenza alle autorità della Malaysia nel 2014 ed è ancora in attesa di una risposta.

Il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati.

Secondo dati aggiornati di Amnesty International 106 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato: otto paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 28 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica; 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

Lo scorso anno Amnesty International ha registrato 993 esecuzioni in 23 paesi, il quattro per cento in meno rispetto al 2016 e il 39 per cento in meno rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ma questo dato non tiene conto delle migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove le informazioni sull’uso della pena di morte restano un segreto di stato.

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