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‘Mediterraneo’, uno sguardo iraniano sulla tragedia dei migranti

 

Il  Mediterraneo visto dall’Iran. Nell’omonimo spettacolo diretto dal regista Ali Shams e interpretato da tre attrici anche loro iraniane – andato in scena negli ultimi giorni tra Roma e Pescara –  il Mediterraneo è uno Stato-cimitero popolato da migranti senza nome, fuggiti dalle guerre e dall’inferno libico, per finire vittima di un Dio Poseidone carnefice e senza pietà. “Ma fra quei migranti a breve ci potremmo essere anche noi”, dice l’attrice Maral Farjad che, in un dialogo serrato e disperato con Bahar Katoozi, interpreta il dramma della maternità  imposta dal trafficante-stupratore, quello della madre che deve scegliere quale delle due figlie tenere e quale abbandonare, e infine quello di morire annegata, trascinata sul fondo anche dal peso di tanti  terribili ricordi. Mentre Parisa Nazari è l’imperturbabile e spietato Dio del mare affamato di nuove vittime, e il regista agisce – unico uomo in scena – come il suo silenzioso servitore.

“Da quando ho cominciato questo laboratorio con Ali Shams – dice la giovane attrice – ho la sensazione che il mio personaggio potesse venire non dal Libano ma dall’Iran, il mio Paese. Potrei trovarmi io stessa un giorno in quella situazione, ora ho paura della guerra molto di più di quanto ne avessi due anni fa”.

Maral Farjad dà voce all’inquietudine che ha ripreso tanti iraniani, dopo la scelta del presidente Usa Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare del 2015 e di rinsaldare l’asse di ferro con Arabia Saudita e Israele, potenze ostili alla Repubblica Islamica. Due anni fa si implementava quell’accordo che aveva riconciliato l’Iran con il mondo, ma Trump prendeva anche possesso della Casa Bianca, per fare della  campagna anti-iraniana  uno dei pilastri della sua politica estera.

Ma se l’Iran è rimasto fedele all’intesa, che Trump ha invece unilateralmente rigettato, “l’Europa – prosegue Maral Farjad – può  sostenere l’Iran per evitarne l’isolamento. In questo modo si può evitare una guerra”.

Quella stessa Europa che invita Teheran ad un maggiore rispetto dei diritti umani, ma  che – sottolinea ancora l’attrice iraniana – non è senza macchia. “L’Europa dice di difendere i diritti delle donne e dei bambini – osserva – ma perché allora non li salva”, dai trafficanti e dal mare?

Per lei, i migranti che affogano nel Mediterraneo sono soprattutto quelli che fuggono dalle guerre in Medio Oriente, dall’Afghanistan alla Siria. “Ma se in Afghanistan c’è la guerra – esemplifica – l’Iran non c’entra, l’Europa ha molte più responsabilità”.

Analogamente, potremmo dire noi, non è stato l’Iran a scatenare l’inferno della jihad anti-Assad in Siria, mentre le sue forze sul terreno – che fossero consiglieri militari dei Pasdaran, miliziani di Hezbollah o profughi afgani reclutati con la prospettiva di difendere i santuari sciiti minacciati dai radicali salafiti o di un compenso che potesse dar loro una vita migliore – hanno  giocato un ruolo determinante della sconfitta dell’Isis,  a beneficio anche dell’Occidente.

“I conflitti in Medio Oriente sono stati provocati anche dai Paesi occidentali – conclude l’artista – che però ora se ne lavano le mani”.

L’Iran da parte sua, negli ultimi decenni, ha accolto tre milioni di afgani in fuga dalla guerra e dall’instabilità, anche se solo un terzo di loro ha lo status di rifugiato e non mancano i critici delle condizioni in cui molti vivono nel Paese.

Quanto ad Ali Shams  – giovane regista e attore teatrale, una vita da pendolare tra l’Iran e l’Italia, con studi a Teheran e alla Sapienza di Roma e  spettacoli allestiti in entrambi i Paesi – non dimenticherà mai l’immagine del piccolo Aylan Kurdi, bambolotto senza vita  spinto dalle onde su una spiaggia di Bodrum. Pensando a quel bambino, icona di quello che non si era fatto e si continua a non fare per altre famiglie disperate come la sua, per lo spettacolo “Mediterraneo” ha scelto un allestimento minimalista e una visione senza speranza. Come schiavo di Poseidone,  lui stesso trascina in scena due grandi valigie che fanno da metafora del viaggio, al cui interno sono rannicchiate le due donne destinate alla morte in mare. Da loro prorompono un rimpianto lancinante e un incolmabile dolore, non c’è futuro per le loro giovani e anonime vite come per quelle dei bambini che hanno partorito.

La loro tragedia è quella che colpisce l’umanità stessa, non ci sono confini e appartenenze nazionali: il loro dolore “è un problema universale”,  dice Ali Shams. Richiamandosi anche alpoeta e filosofo persiano Saadi del XIII secolo, autore tuttora venerato da tutti gli iraniani: “Sono membra di un solo corpo i figli di Adamo – scriveva – da un’unica essenza quel giorno creati. E se uno fra essi a sventura conduca il destino, per le altre membra non resterà riparo. A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore, non può esser dato nome di uomo”.

Iniziata a Pescara e proseguita con tre serate a Roma (al teatro Di Documenti al Testaccio) con la collaborazione dell’associazione culturale italo-iraniana Alefba, la tournée di “Mediterraneo” per ora si conclude il primo novembre a Budapest. Proprio nel cuore, potremmo dire, del gruppo di Visegrad, i Paesi ex sovietici più ostili alle politiche di accoglienza  su cui fatica a trovare una strada comune l’Europa.  Per rispondere ad un problema che non è un’emergenza, ma una costante strutturale del nostro futuro.

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