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Quei giornalisti italiani uccisi dalle mafie

 

di Giulia Zuddas

Nella mia tesi ho ricostruito la storia dei giornalisti uccisi dalla mafia nel corso del Novecento in Italia perché penso che la mia indignazione sia ancora molto attuale.
Di fronte alla tracotanza pubblica di gruppi criminali come gli Spada e i Casamonica, i quali tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018 hanno minacciato e malmenato giornalisti e cittadini sotto gli occhi delle telecamere, e agli omicidi dei reporter Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak, penso sia evidente che la criminalità organizzata non abbia intenzione di fermare la scia di sangue a cui ha dato inizio molti decenni fa.
Nel corso del Novecento, in Italia, sono stati uccisi undici giornalisti in quanto portavoce di scomode verità che tutt’oggi rimangono annoverate nelle fila dei misteri d’Italia. I delitti sono stati consumati dagli anni Cinquanta agli anni Novanta: nove dei giornalisti in questione, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava e Giuseppe Alfano sono stati uccisi in Sicilia; uno in Campania, Giancarlo Siani; e due, Carlo Casalegno e Walter Tobagi, rispettivamente a Torino e a Milano dal terrorismo di sinistra.
In Italia, dagli anni Novanta, non sono più stati uccisi giornalisti dalla mafia, ma questo non significa che sia cessata la condizione di pericolo e allarme per chi si occupa di fare inchiesta: molti giornalisti, professionisti e pubblicisti, vivono e lavorano in pericolo, spesso minacciati e alcuni sotto scorta, per aver raccontato realtà criminali e rapporti di collusione con le alte sfere dello Stato.
Il giudice Giovanni Falcone in un’intervista a Rai 3 il 30 agosto del 1991 disse: “La mafia non è un fatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. A oggi, la mafia esiste ancora e opera su scala nazionale e internazionale, penetrando nel sistema economico, politico e sociale del Paese. Non bisogna perciò spegnere i riflettori sulle inchieste che ne denunciano le malefatte, non bisogna lasciar soli i giornalisti che vivono in pericolo pur di raccontare la verità e si deve prontamente denunciare ogni tipo di sopruso, di ingiustizia e di limitazione della libertà.
Oggi, un aspetto importante è monitorare l’attività nei social network i quali possono dare l’ingannevole percezione di inafferrabilità e indeterminatezza, mentre sono invece meticolosi raccoglitori che immagazzinano e registrano tutto. Osservare perciò le minacce, più o meno velate, che provengono dalla rete, spesso attraverso frasi o fotografie ambigue, permette di risalire alla fonte del pericolo e troncare sul nascere eventuali pericoli o aggressioni.
Le piattaforme digitali sono una sorta di arma a doppio taglio: da un lato conglomerano interazioni spesso violente e incontrollate, dall’altro, proprio in virtù di questa ampia visibilità, possono portare facilmente a galla episodi intimidatori e diffamatori e denunciarne la fonte.
Molti giornalisti vengono minacciati, in maniera più o meno diretta, attraverso Internet, e in loro tutela è fondamentale l’intervento tempestivo della Polizia postale che vigila sulla Rete e quello degli utenti che navigano liberamente.
A occuparsi della criminalità organizzata e delle collusioni con la politica e con le amministrazioni locali e statali non sono solo le grandi testate nazionali: sopravvivono, anche se spesso a stento, diverse piccole realtà, come associazioni o redazioni stampa e radio, che accendono quotidianamente i riflettori sulle realtà regionali a partire dal Sud fino alla Pianura Padana. Sarebbe importante investire sul loro sviluppo, sulla protezione dei loro reporter, dei loro attivisti, dimostrando che tutti i cittadini si possono occupare di combattere la diffusione della criminalità organizzata, senza la paura di vivere in pericolo.

Da mafie

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