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Leggi razziali: la nostra vergogna senza fine 

 
Ottant’anni dal varo e dalla promulgazione delle Leggi razziali, ottant’anni nel corso dei quali sono stati compiuti molti passi avanti ma non quello decisivo di estirpare ogni forma di razzismo e di barbarie dalle nostre vite e dal nostro sentire collettivo.
Ottant’anni dall’inizio della persecuzione degli ebrei anche nel nostro Paese, in seguito alla visita di Hitler e alla stipula di un’alleanza ancora più stringente con un personaggio che, non a torto, è considerato il male assoluto della storia dell’umanità.
Inutile girarci intorno: quell’infamia costituisce una vergogna senza fine, un orrore per il quale non può esserci alcun perdono, una macchia che ci porteremo dietro in eterno, in quanto ha rovinato per sempre l’esistenza di un numero spaventoso di persone, colpevoli unicamente di esistere e, per di più, in alcuni casi, almeno inizialmente, anche sostenitrici del Regime.

Ottant’anni e lo spettro di nuove forme di aberrazione e indifferenza che si affaccia su una società resa fragile dalla crisi, violenta dalla disgregazione del tessuto civico, composta per lo più da monadi e quasi totalmente priva di strutture solide come partiti e sindacati.
Ottant’anni e il pensiero straziante che quell’abisso potrebbe ripetersi, che la scintilla della follia distruttiva è ancora dentro di noi, che non siamo per nulla al riparo, in quest’Europa pervasa da pulsioni distruttive, dall’assurdo desiderio di erigere nuovamente muri e barriere, dalla spregevole tendenza a discriminare il diverso, a cominciare dai migranti, dagli ultimi, dai più deboli.
Per questo condivido le parole e le battaglie della senatrice a vita Lilana Segre, i suoi appelli a non dimenticare, ad amare la vita, a non smarrire mai il desiderio di indignarsi contro ogni ingiustizia.
Ottant’anni nel giorno in cui quarantasei anni fa, a Monaco di Baviera, si consumò la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi, con undici ragazzi assassinati dall’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero per il solo fatto di essere ebrei. Ed ecco che la storia ritorna, che l’aberrazione si ripresenta, che i fantasmi del passato diventano drammaticamente presenti. Ecco che ci sentiamo tutti più soli, abbandonati a noi stessi, privi di prospettive.

Ottant’anni e la necessità di ricordare che questo è stato e che ha condotto ad Auschwitz, in seguito a episodi come il rastrellamento del Ghetto di Roma la mattina del 16 ottobre 1943. Oggi, forse, sarebbe impossibile allestire una macchina di morte come quella ma i lager contemporanei sono comunque tanti e non certo meno atroci e strazianti: basti pensare a ciò che accade in Libia, nell’inferno delle prigioni in cui vengono rinchiusi altri poveri cristi, colpevoli unicamente di esistere e di voler fuggire dalla miseria e dalle guerre che sconvolgono i loro paesi.
Auschwitz ricompare ogni volta che qualcuno, chiunque di noi, di fronte ad un’ingiustizia si volta dall’altra parte. Per questo, ottant’anni dopo, le Leggi razziali sono ancora d’attualità e come tali meritano di essere trattate.

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