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Fellini parla arabo. I film del maestro riminese al festival di El Gouna

 

Si potrebbe anche raccontare così. Un famoso regista, in crisi di creatività, decide di prendere un periodo di riposo in una località termale per chiarirsi le idee, pur senza interrompere la preparazione, già molto costosa,  del film a cui sta lavorando e al quale il produttore non intende rinunciare. L’artista capriccioso si fa raggiungere dalla bella amante, che però non ospita accanto a sé al Grand Hotel ma sistema in un alberghetto defilato vicino alla stazione, al riparo dai pettegolezzi, e si reca da lei di nascosto a soddisfare le sue fantasie erotiche. Non contento, trafitto dalla nostalgia, invita anche la moglie, che accorre da Roma col cuore in festa, salvo scoprire assai presto la presenza della rivale e decidere che è ora di lasciare il marito traditore seriale, bugiardo e  incorreggibile. Ma la vicenda prende una piega diversa. Tra sogni, magie, spericolate incursioni nell’inconscio, ricordi infantili, feste e vagheggiamenti, quando tutto sembra davvero perduto sul piano privato e professionale, il protagonista capisce che l’unica strada per uscire da quel groviglio consiste nel rimanere fedele alla propria confusione; solo così sarà forse in grado di non tradire nessuno e giungere alla tanto sospirata conciliazione tra esistenza e immaginazione, tra creature reali e fantasticate,  assolto nella sfera superiore dell’arte, unica verità possibile.

In seguito ritroviamo il regista a Roma, la sua amata città di adozione, nella quale è approdato giovanissimo inseguendo la propria vocazione. Erano gli anni Trenta e Quaranta, e viveva a pensione in un vasto appartamento di via Albalonga, tra vecchie glorie dello spettacolo. Nella Città Eterna aveva scoperto la vita da sempre agognata: le trattorie chiassose, all’aperto, l’esuberante promiscuità del teatro di avanspettacolo con le ballerine mezze nude in scena, l’iniziazione sessuale nelle case di tolleranza, ribollenti bolge infernali o avvolgenti alcove di lussuria a seconda della categoria. E poi la guerra, i rifugi antiaerei pronubi di incontri clandestini, il bombardamento terrificante della Capitale. E ancora, passata la guerra, la metamorfosi della città in una mega metropoli paralizzata dal traffico, presa d’assalto dal turismo internazionale fracassone, dagli  hippy, dalla contestazione studentesca; e tuttavia sempre invariabilmente magica, sovraccarica di storia e di contraddizioni in quella sua inesauribile ‘festa mobile’. Sullo sfondo i miti millenari legati alla gloria della Chiesa, e ai suoi fasti ormai declassati a vanitosi defilé di moda ecclesiastica nei palazzi patrizi della nobiltà nera, fra luttuosi paramenti di morte e il tripudio delle campane che suonano a stormo a mezzogiorno.

L’artista torna così a riflettere sulle proprie origini, sull’infanzia trascorsa nel ‘borgo’, la cittadina sull’Adriatico in cui è nato ed è cresciuto durante il fascismo. La famiglia, la scuola noiosa, i primi batticuori, le parate militari, i gerarchi mussoliniani, la sala cinematografica densa di fumo e i turbamenti erotici: la Gradisca, la donna più bella, vagheggiata in un sogno impossibile, la Volpina lasciva, la tabaccaia con le sue tette gigantesche in cui naufragare senza scampo. E le stagioni. La primavera con lo svolazzare delle manine nel cielo trasparente, l’estate con il passaggio del REX, il transatlantico orgoglio dell’Italia, a largo della costa, atteso di notte su barche e mosconi, come un’apparizione miracolosa, un annuncio di speranza e di felicità. E ancora le Mille Miglia, la gita in campagna con lo zio Matto che si arrampica in cima a un albero altissimo e continua a gridare fino a sera: “Voglio una donnaaaaa!!!!”. Infine l’inverno, la morte della madre, il gran nevone che trasforma la città in un labirinto di trincee candide, crocevia di destini.

Dopo di che il regista racconta se stesso a Cinecittà, la sua vera casa, nella quale – sostiene con non celato compiacimento – è certo di aver trascorso più tempo che tra i muri della propria abitazione. Il Teatro 5, il luogo ideale per eccellenza, in cui è stato possibile mettere in scena ogni sua emozione e fantasia, ogni confessione, ogni fola e racconto, realizzando capolavori che lo hanno innalzato tra i cineasti più ammirati del mondo.

Cinecittà, la fabbrica dei sogni in celluloide, il perimetro prodigioso in cui aveva messo piede, ancora pivello, alle prime armi, per intervistare con irrefrenabile batticuore la diva più sensuale del  momento. E per la prima volta aveva assistito a una ripresa cinematografica, aveva visto l’interno dei teatri di posa, aveva vissuto dal vivo le tensioni del set, le liti tra regista e produttore; aveva scoperto il lavoro anonimo, umile e prezioso che c’era dietro quelle immagini di impareggiabile seduzione che lo incantavano dallo schermo. Aveva fiutato in una sorta di ebbrezza il potere del demiurgo, in grado di creare un universo parallelo con cui “fare concorrenza al Padreterno”. Aveva inventato l’attacco degli indiani a cavallo contro il fragile accampamento dei cinematografari, pronti a difendersi fino alla morte da quelle lance che si rivelano presto per antenne televisive.

Questo lungo film verrà proiettato alla seconda edizione del Festival di El Gouna, sul Mar Rosso, che quest’anno rende omaggio a Federico Fellini con una retrospettiva di quattro opere tra le sue più affascinanti: Otto e Mezzo, Roma, Amarcord e Intervista, che mi è parso più suggestivo raccontare in un’unica trama, essendo i film di Fellini altrettanti capitoli di una narrazione ininterrotta da Luci del Varietà e Lo sceicco bianco fino a La voce della luna. E’ noto che l’autore non amava mettere la parola FINE al termine delle sue pellicole, proprio perché esse potessero fluire l’una nell’altra senza soluzione di continuità. “Nella mia vita ho girato sempre lo stesso film”, ripeteva ai suoi esegeti, suggerendo loro la chiave di lettura più pertinente alla comprensione della sua poetica. Allenando lo sguardo lo spettatore si accorgerà che la trama si ripete quasi sempre identica, con minime variazioni tematiche e strutturali, ma con sorprendenti innovazione figurative ed espressive, capaci di confondere le idee o di illuminarle meglio: Satyricon come Casanova come La Dolce Vita.

Fellini è il regista che per primo al mondo ha affrancato il cinema dalla servitù letteraria restituendolo alla sua piena sovranità, rendendolo arte autonoma, racconto originale, indissolubilmente legato all’autore-maieuta; un cinema che non non racconta storie prefabbricate, ma mette in scena l’anima di chi stando dietro la macchina da presa è capace di creare un mondo intero davanti all’obiettivo, la fantasmagoria del proprio vissuto.

Nella storia della Settima Arte esiste un cinema prima di Otto e Mezzo, e un cinema che segue quell’inarrivabile capolavoro: il “film dei film”. che ha regalato ai cineasti la piena libertà di espressione, a pari dignità con scrittori, pittori, scultori, musicisti, architetti, poeti. Otto è mezzo  ha provocato più ‘vocazioni cinematografiche’ di qualsiasi altro film, ha promosso il cinema da spettacolo da fiera a regina delle arti che tutte le altre racchiude. La Decima Musa, trionfatrice del ‘secolo breve’ e ora del nuovo Millennio grazie alle stupefacenti trasformazioni che la tecnologia mette al suo servizio.

“Io sono autobiografico anche se racconto la vita di una sogliola.” Ha scritto il regista che ha riversato sullo schermo, senza alcun pudore, il deposito visionario dell’Ego psicanalitico, dell’inconscio e del mito. L’autore vincitore di cinque Premi Oscar, l’ultimo dei quali L’Honorary Award, l’Oscar alla Carriera assegnato nell’anno della sua scomparsa. Il regista che ha mutato il proprio cognome in un aggettivo, Fellinesque, entrato nei dizionari anglosassoni come sinonimo di un stile inimitabile e di una sfrenata fantasia barocca; e ha introdotto nel lessico internazionale neologismi come Paparazzo, Dolce Vita, Vitellone, Amarcord.

A 25 anni dalla sua morte e a quasi cento dalla sua nascita, Fellini continua a presentarsi come il  migliore ambasciatore di un’Italia che nessuno ha saputo rappresentare meglio di lui, con verità e poesia, raccontando semplicemente se stesso.

 

Ora un drappello dei suoi film approda in Egitto; quale luogo migliore della nazione tra le più antiche della Terra, che ancor prima della Caverna di Platone ha prefigurato il linguaggio del cinema su i suoi obelischi istoriati, con quella scrittura di simboli e figure, di geroglifici e allegorie, che articolano un discorso compiutamente visivo. Anche a Roma ci incantiamo, a naso un su, contemplando le altissime stele di Piazza del Popolo o di San Giovanni in Laterano. Schermi di pietra!

Dal 20 al 28 settembre, dunque, Fellini parlerà arabo, nel senso che le sue storie verranno viste e assimilate da una cultura diversa e così vicina in quello specchio di Mediterraneo, culla di ogni civiltà, in cui la nostra storia, per secoli, si è fusa con le vicende degli antichi Faraoni, e poi dei Greci e di Alessandro Magno, in un idioma comune, koinè diálektos, che ha nutrito e assecondato lo sviluppo dei popoli affacciati alle sue sponde.

Riguardando Amarcord mi sono domandato come riuscirò a tradurre in inglese, per una platea di cultura musulmana, l’esclamazione della servetta allegramente stizzita dall’ennesima palpatina del vecchio nonno di Titta: “Mo insomma cos’è il mio culo la pila dell’acqua santa?!”.  Un quesito, il mio, da pedante ‘mediatore linguistico’, ben sapendo che la poesia utilizza un’unica lingua per tutta l’umanità e non richiede certo spiegazioni. Anche questa volta si ripeterà il miracolo dell’arte, la quale al contrario delle ideologie, delle religioni, della politica, che sempre provocano divisioni,  unisce gli esseri umani oltre ogni barriera geografica, culturale, linguistica. Perché l’arte è espressione del principio spirituale che tutti ci accomuna. Otto e Mezzo, Roma, Amarcord, Intervista appariranno al pubblico egiziano come storie familiari, commoventi, quasi private; film in cui specchiarsi e riconoscersi.

Merito di Intishal Al Timini, Direttore del Festival di El Gouna, e ad Amir Ramses, Direttore Artistico; e delle Cineteche di Bologna e di Rimini che hanno reso possibile questo evento.

Fellini sarà sul Mar Rosso un impareggiabile messaggero di luce e di pace.

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