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Verso Assisi, una riflessione sulle fake news

 

L’ultima clamorosa “bufala al veleno” è stata diffusa in rete da un tale che si autonomina “purgatorius”, celandosi dietro un rigoroso quanto vergognoso anonimato, come fanno tutti quelli che cercano di intossicare l’opinione pubblica per condizionarne il pensiero, senza farsi riconoscere: un breve filmato girato a bordo di una nave diventata famosa nei giorni passati per aver salvato e ospitato a bordo 177 immigrati che fuggivano da un paese africano devastato da un regime dittatoriale. La nave è la “Diciotti”, il paese è l’Eritrea.

Il filmato mostrava i profughi mentre danzavano allegri al ritmo di una musica sul ponte della nave. Il commento sarcastico sottolineava come non fossero così malandati e sofferenti quei profughi, come li descrivevano coloro che li avevano visitati nei giorni del blocco forzato della nave in porto a Catania, imposto dal ministro dell’interno Salvini. E che quindi aveva ragione il leader della Lega a respingerli e a cercare di rimandarli indietro. Quanti saranno caduti nell’inganno, senza un minimo dubbio sull’autenticità di quella notizia messa in rete dall’anonimo “purgatorius”?

Ma un’altra osservazione è ancora più inquietante: quanti giornalisti hanno dato subito l’allarme su quella trappola mediatica organizzata ad arte per aumentare il disprezzo verso quegli immigrati da parte di cittadini che, così come un tempo bevevano tutto ciò che la tv diceva, ora prendono come un vangelo tutto ciò che viene diffuso via internet? Nessuno.

Se non ci fosse stato il comando della guardia costiera a sbugiardare quel seminatore di zizzania occulto, con un comunicato ufficiale in cui si dimostrava la sua falsità, la notizia sarebbe stata considerata da una massa sempre crescente di persone come verità dei fatti anzichè una fake news inventata appositamente per fini politici. Perché la gravità della vicenda sta proprio in questo aspetto delle fakes news: non sono più soltanto delle bufale innocue messe in giro per riderci sopra come una volta, ma sono diventate dei micidiali strumenti di comunicazione politica, diretta o indiretta non importa, con cui conquistare il consenso pubblico.

Un recente studio della commissione europea mette in rilievo quali sono i temi su cui negli ultimi tempi sono circolate più frequentemente notizie non verificate: politica, immigrazione, minoranze e sicurezza. Evidente la capacità di influire sui risultati elettorali di queste “false notizie mirate”. L’effetto è non solo la sistematica manipolazione della realtà, ma anche la paralisi di ogni percorso alternativo nella comprensione di un fatto, perchè le fakes news si presentano nella forma della verità alternativa. Per questa ragione più che criticate andrebbero disinnescate: ed è qui che appare fondante il ruolo del giornalista, che una volta o era testimone degli eventi che raccontava o verificava rigorosamente le fonti delle sue informazioni.

Oggi purtroppo è sempre meno testimone e sempre più mediatore passivo di messaggi altrui. Si prende dalla rete ciò che circola di più sensazionale, e si rilancia senza alcuna verifica sull’attendibilità del messaggio.

L’appello rivolto ai giornalisti da papa Francesco nell’ultima giornata mondiale delle comunicazioni sociali, a recuperare la dimensione perduta, appare di straordinaria attualità e lungimiranza: “il giornalista, custode della notizia nel mondo contemporaneo – sottolinea il papa – non svolge solo un mestiere ma una vera e propria missione. Ha il compito di ricordare sempre, nella corsa frenetica agli scoop, che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto nell’audience, ma le persone”. Parole che pesano e che dovrebbero far meditare tanti colleghi, ma soprattutto tanti direttori di giornali e telegiornali che tendono a presentarsi ai loro lettori e telespettatori come i tutori della verità. Dal circuito delle informazioni si è arrivati al loro cortocircuito, che rischia di diventare permanente se non si interviene in tempo a bloccare questa verità alternativa o post-verità come la chiamano, che irretisce anzichè liberare le coscienze.

Anche sulla pericolosità di queste “bufale “ velenose il messaggio di papa Bergoglio è illuminante e fa capire come almeno la Chiesa ha le idee chiare in proposito: “l’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili, scrive il papa. In secondo luogo queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali il disprezzo, la rabbia e la frustrazione”. La loro diffusione, osserva il papa, può contare “su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento”, ma non sono tipiche della società in rete. Se non sono tipiche della società in rete come dice il papa, però resta il problema: come difenderci dall’uso distorto dei social network da parte di questi anonimi e pericolosi diffusori di falsità a fini politici? Una domanda che diventa sempre più impellente in un mondo che si regge ormai solo sulla comunicazione e su questa costruisce il consenso.

Qualcuno prova a dare delle risposte e in tal senso va segnalata (quantomeno perchè ci si rifletta sopra), una proposta del Digital Transformation Institute, che parte da un’attenta valutazione della realtà attuale: le piattaforme web e i social media rendono inefficaci i controlli, i filtri, le regole professionali ed etiche dei sistemi editoriali tradizionali.

Le reti creano nuovi ecosistemi informativi istantanei, permeabili, sostengono gli esperti di questo importante centro di ricerche. Tutti hanno accesso ad un unico contesto dialogico-discorsivo, generato dalla interazione fra pari e subordinato solo a meccanismi specifici di piattaforma. Ciò ha determinato grandi opportunità di espressione e confronto ma anche grandi rischi: ormai la dimensione emotiva che attiene a un fatto, supera in importanza la stessa dimensione fattuale.

Ciò che muove gli utenti alla condivisione di una posizione “ascientifica” ad esempio, è la sfiducia nel metodo scientifico, che si associa alla retorica della compromissione della scienza con interessi specifici: vedi la convinzione di molti fra i contrari ai vaccini, che lo sono perchè dicono di volersi opporre alle presunte speculazioni delle case farmaceutiche. L’immediatezza della comunicazione inoltre, prosegue il documento del D.T. Institut, azzera i tempi della riflessione: la condivisione viene prima dell’approfondimento. Di fronte a questa situazione, pensare alla censura delle fakes news non solo è contrario alla natura e alla struttura della reta, sostengono gli esperti del centro di ricerca, ma è inefficace, perchè la natura stessa della rete, aperta e adattiva, impedisce qualsiasi censura. Pensare di normare in modo specifico la dimensione digitale creerebbe una inammissibile asimmetria, ancora di più se si pensa che a risolvere il problema potrebbe essere chi ne gestisce la dinamica generativa.

Affidare alle piattaforme il compito di verificatori delle fake news è pericoloso, in quanto conferirebbe il ruolo di controllore della verità a un sistema di attori che ha un grandissimo potere, in un contesto in cui il sistema dell’informazione è già profondamente dipendente dai padroni delle piattaforme.

La soluzione proposta dal Digital Transformation Institut è invece quella di basarsi su meccanismi di segnalazione delle fakes new che indichino all’utente della rete, che si trova di fronte a una notizia potenzialmente a rischio. In tal modo non solo si abbatte la velocità di diffusione delle fake news, sostiene l’Istituto, ma si contribuisce alla costruzione di un esercizio di riflessività, individuale e collettiva, che promuove consapevolezza fra gli utenti. La soluzione del problema, quindi, è soprattutto di tipo culturale: ma è la strada più efficace? Anche altri esperti consultati dalla commissione europea suggeriscono come antidoto alle fakes news, di accrescere la trasparenza dell’informazione online, mettendo a disposizione degli utenti fonti, link e altre risorse, per verificare personalmente le notizie, promuovendo così una migliore conoscenza dei media e dei loro meccanismi di base.

Gli esperti europei auspicano anche una maggiore cooperazione fra i giornalisti e le comunità on e offline. Solo uno sforzo sinergico, dicono, potrebbe garantire un ambiente informativo migliore. Non in pochi poi, teorizzano l’opportunità di un osservatorio o una authority indipendente e imparziale che segni la direzione da prendere. Quali tra questi suggerimenti sono più facili da percorrere? Comunque un dato li accomuna: serve una maggiore responsabilità da parte sia degli utenti che dei professionisti dei media. E per ottenerla bisogna fornire più mezzi a chi legge per imparare a riconoscere le trappole di “purgatorius” e degli altri anonimi diffusori di fakes news.

Ci si riuscirà, nonostante i deliri quotidiani e l’opposizione di quei politici che proprio sulle fakes news hanno raccolto e continuano a raccogliere il consenso per esercitare il loro potere, manipolando sistematicamente le coscienze dei cittadini? Partiamo almeno da un punto fermo assodato: che il ruolo svolto e il peso diventato determinante di queste “bufale” non va più sottovalutato. Già sarebbe un grosso risultato.

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