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Verso Assisi. Il linguaggio dell’odio accresce il rischio di violazione dei diritti dei più fragili

 

«Occorre […] sensibilizzare coloro che operano in ambiti privativi della libertà personale al rigido rispetto del principio di non discriminazione anche nel ricorso alle parole, non potendosi trascurare che le parole hanno una grande forza, positiva o negativa che sia, e che parole di discriminazione – o naturalmente di istigazione o incoraggiamento alla discriminazione – possono, soprattutto in circostanze di sempre più diffuso nazionalismo, assumere maggiore forza distruttiva delle armi».
Così scrive la giurista Flavia Lattanzi nel suo contributo alla Relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà presentato quest’anno al Senato.
Parole forti, che forse trovano fondamento anche nella esperienza di Flavia Lattanzi presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, quel tribunale cioè che condannò i responsabili dei cosiddetti ‘media dell’odio’ che incitarono e istigarono la popolazione al genocidio dei tutsi del 1994, perché «senza armi da fuoco, machete o altri oggetti, voi avete provocato la morte di migliaia di civili innocenti».
E il rischio di discriminazione, sopruso, maltrattamento o violenza negli ambiti privativi della libertà è sempre presente. I luoghi di privazione della libertà infatti sono bui per definizione, poco accessibili e quindi poco controllabili. Ma non per questo sono impermeabili ai messaggi sociali che provengono da fuori. Tutt’altro: ogni segnale trova al suo interno un’amplificazione. E quando i messaggi sono carichi di parole di discriminazione o di incoraggiamento alla discriminazione, anche i comportamenti di chi opera nei luoghi di privazione della libertà possono cambiare, adeguandosi in peggio. Perché il linguaggio, come diceva Wittgenstein, è la raffigurazione logica del mondo. E se il linguaggio si esprime con frasi come “buttiamoli in galera”, “fuori i negri”, “gettiamo le chiavi”, “no allo svuotacarcere”, “rimandiamoli a casa loro”, se fra i 30 lemmi più ricorrenti nei titoli della stampa compare anche l’etichetta “clandestino” e se nelle stesse banche dati della Polizia degli hotspot viene usata l’espressione «clandestini sbarcati» per indicare i migranti che accedono al Centro, – così come il Garante ha denunciato nel suo Rapporto tematico sui Cie e gli hotspot del 2016-2017 chiedendo, finora inutilmente, che il termine fosse modificato e corretto – , se questa è la raffigurazione logica del mondo, allora il “mondo di dentro” della privazione della libertà non può che rispecchiarlo.

Il divieto inderogabile di tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti, enunciato dall’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia delle libertà fondamentali e dei diritti dell’uomo, non ha soltanto una dimensione in negativo, consistente nel proibire specifici comportamenti. Ha anche una dimensione in positivo che tende verso tre diverse direzioni: prevenire tali comportamenti, sanzionarli qualora si siano verificati e compensare le vittime che li hanno subiti.
Allora è nell’approccio preventivo, proprio del Garante nazionale, che le parole e il linguaggio acquistano centralità. Il linguaggio dell’odio accresce il rischio di violazione dei diritti dei più fragili. Il disprezzo per categorie di persone, sulla base della provenienza, del reato, dell’orientamento sessuale, della religione che professano, della lingua si traduce in una discriminazione ancora più forte. Può accadere allora che una persona transessuale sia tenuta, in quanto transessuale, in isolamento per giorni, come è accaduto in un hotspot, che si invochino sezioni per omosessuali, che gli stranieri siano assegnati ai reparti più degradati, che le persone con disagio mentale siano lasciate senza cure adeguate, che qualcuno voglia tornare agli ospedali psichiatrici giudiziari, l’ultimo brandello di manicomio rimasto in Italia e definitivamente superato solo nel 2016.
Difficile non leggere in questa ottica anche i drammatici casi di suicidio di persone detenute: 37 nei primi otto mesi dell’anno, oltre uno a settimana. Sono infatti spesso proprio i più deboli, persone socialmente e forse individualmente fragili, a compiere questa scelta estrema, come il giovane senegalese, poco più che trentenne con paternità e maternità sconosciute, disoccupato, senza fissa dimora per la prima volta in carcere, arrestato per spaccio di lieve entità, che si è tolto la vita nel Marassi di Genova meno di una settimana dopo il suo arrivo. O come la transessuale di 33 anni che a Udine si è impiccata quattro ore dopo il suo ingresso in carcere. O ancora i detenuti che si sono suicidati nelle sezioni di isolamento. Persone accomunate da una serie successiva di esclusioni e che in un contesto sociale e linguistico escludente potrebbero avere trovato conforto alla loro scelta.

Per questo non è accettabile che un rappresentante del Governo dica di qualsiasi cittadino italiano «questo purtroppo dobbiamo tenercelo». Di nessuno. Altrimenti chiunque si sentirà autorizzato di definire le proprie categorie di indesiderabili o indesiderati: nella società libera come negli ambiti di privazione della libertà dove tutto è più opaco. Così come non è ammissibile che le persone più fragili siano usate come strumento di pressione politica, quasi degli ostaggi in cambio di concessioni o accordi.
Si vive insieme, come si muore insieme. I funerali di Stato di alcune delle vittime del crollo del ponte Morandi ce lo hanno ricordato: italiani e stranieri, migranti o turisti che fossero, cattolici e musulmani uniti nell’ultimo saluto dalle autorità religiose delle due religioni nella nostra Genova – come ha sottolineato l’Imam davanti alle bare.
Infine, uscendo dal tema del linguaggio dell’odio, ma rimanendo nel contesto della esclusione, ci sono ancora due aspetti delle parole che vorrei mettere in evidenza.
Il primo è il linguaggio infantilizzante che ancora resiste nelle nostre carceri, in cui abbondano parole con il suffisso “ino”, come “spesino”, “scopino” o “rattoppina”, che indicano i lavori svolti all’interno degli Istituti di pena. Parole che non sono l’espressione di una sorta di “gergo galeotto”, ma che vengono comunemente usate dall’Amministrazione penitenziaria e dagli stessi magistrati di sorveglianza. Parole che sono espressione della tendenza ad attivare processi di infantilizzazione nelle persone detenute, che poco hanno a che fare con un modello di pena responsabilizzante, ma che – al contrario – privano le persone della capacità e del diritto a decidere, a gestire la quotidianità, a circolare nell’Istituto senza essere accompagnati anche per spostamenti minimi, a partecipare all’organizzazione della vita comunitaria, a essere coinvolti in maniera attiva alla vita del carcere. In un sistema del genere l’unica prerogativa che resta alle persone detenute è chiedere, cioè formulare “domandine”, sperando di ottenere qualcosa: dal lavoro ai colloqui, dalla stanza singola all’iscrizione a scuola, dai permessi alla partecipazione alle attività proposte dall’Istituto. I detenuti chiedono e qualcun altro decide. E quando non riescono a ottenere nulla, usano l’altro linguaggio che conoscono bene e che è diffuso all’interno degli Istituti: urlano con il loro corpo, tagliandolo, ferendosi, cucendosi la bocca, tentando o simulando il suicidio. Qualche volta, invece, rinunciano a chiedere e a sperare e preferiscono farla finita per sempre.

Cambiare codice linguistico, favorendo un sistema fatto di piena responsabilizzazione delle persone anche in vista di un loro reinserimento nella società, significa cambiare il modo di pensare la pena o, meglio ancora, le pene, secondo l’articolo 27 della Costituzione. Ma vuol dire anche restituire senso alla parola sicurezza, intesa come bene comune e non solo come difesa da un vero o presunto pericolo. A questo riguardo, oltre alle parole sarebbe bene porre attenzione anche ai numeri che smentiscono gli allarmi degli imprenditori della paura e raccontano un Paese in cui i reati sono in diminuzione, come minori sono – dopo l’accordo di Minniti con la Libia – gli arrivi dei migranti dal mare.
Il secondo aspetto, può apparire secondario. Riguarda l’articolo 1 comma 4 dell’ordinamento penitenziario che stabilisce che «I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome». Una norma che può sembrare anacronistica, ma che si rivela in tutta la sua attualità quando ci si confronta con la privazione della libertà in altri ambiti: quando ancora si trovano riferimenti al numero identificativo dei migranti anziché al loro nome con la scusa che sono nomi stranieri e quindi di difficile scrittura e pronuncia. Da tempo negli ospedali si è smesso di riferirsi ai pazienti con i nomi degli organi malati. Quanto ci vorrà ancora per riuscire a chiamare per nome le persone che arrivano sul nostro territorio e che come primo atto vengono proprio identificate sulla base di nome, cognome, data e luogo di nascita?
Anche questo è un modo per rispettare – con le parole – le persone, qualsiasi sia la loro origine, condizione amministrativa, giuridica o giudiziaria.

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