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“Io Mi Libro”: il nuovo libro di Alessandro Pagani. Intervista all’autore

 

“Io mi libro”, edito dalla cada editrice “96, Rue De La Fontaine” di Torino, è una raccolta di 500 frasi umoristiche, giochi di parole e doppi sensi scritta da  Alessandro Pagani, nato a Firenze nel 1964, divenuto scrittore per diletto, musicista per passione, operatore volontario a sostegno degli animali e impiegato alla Asl. Il libro è uscito in formato cartaceo per la collana “Il lato inesplorato”. Il disegno di copertina è opera di Massimiliano Zatini, la foto interna è stata realizzata da Lorena Di Gregorio. Con questa nuova fatica letteraria che arriva dopo il manoscritto “Perché non cento?” stampato da Alter Ego/Augh di Viterbo (Aprile 2016) e il libretto autoprodotto nel 2015 “Le domande improponibili”, vuole fare emergere, sotto una nuova luce, gli usi e i costumi di una società contemporanea eccessivamente seriosa, che vincola l’uomo nelle scelte di tutti i giorni, nelle semplici azioni e nel progredire di una esistenza che presenta invece dei lati piacevolmente briosi. Secondo Alessandro Pagani, infatti, le fatalità di tutti i giorni predispongono l’individuo al commento sarcastico, grazie soprattutto alle parole che accompagnano la tragicomicità della natura umana, facendola diventare feroce, ma al contempo variopinta poiché scinde dalla realtà. “E come dissero i battuti, siamo nati per soffriggere” o “Quel medico legale, tra una cosa e l’altra, sta per fare l’autopsia a sua zia” – “Apre e chiude parente, si?” sono solo due estratti di un libro che ingloba l’essenza di una società che quotidianamente propina le notizie di cronaca, di attualità, le situazioni paradossali che ognuno di noi si trova spesso a dover fronteggiare a propria insaputa, e che sono l’esatta conseguenza generata dal ‘teatro dell’assurdo’ o da presunte coincidenze derivate dall’ambiguità di una parola, da una frase fraintesa o dalla tragicomicità dei protagonisti. “Io mi libro” attinge le proprie radici nelle grandi opere dei maestri dell’umorismo Marcello Marchesi, Achille Campanile e Giovannino Guareschi; una palestra per la mente che esplora la lingua italiana in un caleidoscopio di lettere che si scompongono e ricompongono in enigmatiche forme dai significati allegorici.
Noi abbiamo intervistato Alessandro Pagani che ci ha raccontato del suo libro.

Come nasce “Io mi libro”?
Ho sempre coltivato dentro di me un lato goliardico che mi ha fatto vedere le cose da un’angolazione diversa, più smaliziata e un pò meno esasperata. Così nel 2015 ho deciso di condividere questa mia peculiarità (sempre che lo sia) stampando in proprio “Le domande improponibili”, una raccolta di interrogativi comici e assurdi caratterizzati da giochi di parole, doppi sensi e arzigogoli enigmistici, a cui è seguito nel 2016 “Perchè non cento?” dove mi sono cimentato con la poesia senza tralasciare i divertimenti lessicali che avevo già sperimentato. “Io mi libro” segue nel linguaggio questa forma tornando alla parte più espressamente umoristica e grottesca, con in appendice il breve racconto di un mio sogno che, come il titolo del libro richiama, è dedicato al volo.

Nel tuo libro analizzi la realtà individuale, accostandola alla tragicomicità di taluni eventi. Che cosa rappresentano per te queste estreme polarità e come vivi questa idiosincrasia?
Nella nostra società quasi più niente passa inosservato, attraverso i mezzi di comunicazione moderni ed i social networks ogni notizia si palesa immediatamente per viaggiare da persona a persona in tempi rapidissimi. Quindi non c’è distanza tra accadimenti ed il nostro quotidiano, fanno ormai parte della nostra vita in maniera ininterrotta. Per quanto mi riguarda, senza peccare di snobismo e ritenendo la vita d’ognuno già di per sè complicata, preferisco vedere quello che succede intorno con atteggiamento più illusorio, sarcastico e grottesco piuttosto che serioso e preoccupante oltre misura, non per fuggire dagli eventi stessi talvolta anche gravi, ma per cercare di esorcizzarli e capirne i lati più oscuri. La ‘tragicomicità’ a cui mi riferisco è un invito all’autoironia, a prendersi gioco di se stessi per sdrammatizzare le varie situazioni a cui possiamo andare incontro, nella nostra vita ed in quelle degli altri.

Parlaci del ‘Teatro dell’assurdo’…
Parlare dello stile  teatrale nato il secolo scorso richiederebbe almeno una pagina intera….mi limiterò quindi a confessarvi che il mio personale ‘Teatro dell’assurdo’ ha certamente come protagonista qualcuno alla ricerca di una risposta al nostro vivere  (in ogni caso senza mai trovarlo), con la differenza però che nel mio teatro la ricerca si basa sul sorriso, sull’analisi un pò burlesca delle cose attraverso il nonsense comico: i miei attori, a differenza delle opere della corrente artistica capitanata da Beckett e Ionesco, sanno come prendersi in giro a vicenda fantasticando sulla loro condizione che è si paradossale, ma allo stesso tempo comica, canzonatoria, e con soltanto leggeri turbamenti.

Secondo te la politica attuale può considerarsi tragicomica?
Dipenda da che punto di vista la si guarda e dai suoi protagonisti. Certo alcuni comportamenti dei nostri politici sembrano appartenere più al teatro dell’assurdo di cui parlavo poco fa piuttosto che ad una pratica organizzata al fine di amministrare una società. Non credo di risultare irriverente dicendo che ormai la politica è più uno strumento per arrivare al potere che altro, e quando il gioco non riesce, scende in campo la tragicomica essenza della natura umana, che fa di se stessa una caricatura cadendo nel ridicolo quando crede di erigersi a paladino di un ideale in cui ormai pochi credono. La non consapevolezza o l’eccessiva cognizione di alcuni atteggiamenti dei protagonisti della politica, di fatto è già di per se una tragicomica verità.

Chi sono per te Marcello Marchesi, Achille Campanile e Giovannino Guareschi?
Grandi talenti del nostro paese che hanno dato vita a pagine umoristiche importanti composte da battute originali, trovate comiche, intuizioni geniali sfociate poi in slogan pubblicitari, adattamenti cinematografici e teatrali, espedienti televisivi e molto altro. In una parola sola che possa comprendere una caratteristica comune degli umoristi italiani del secolo scorso (tra i quali citerei anche Leo Longanesi, Ennio Flaiano e Walter Fontana) direi stile.

Quanto è importante l’uso delle parole oggi?
Grazie per questa domanda, perchè credo che dell’uso della parola non se ne parli mai abbastanza. La parola è l’essenza della comunicazione, il veicolo che accomuna popoli, culture e attitudini, lo strumento più malleabile e allo stesso tempo inflessibile che l’uomo ha a disposizione per confrontarsi con i suoi simili. Attraverso le parole scaturiscono emozioni e tutto ciò che ne consegue, quindi affermare che l’uso del verbo sia sempre più fondamentale non è solo retorica, ma verità pura. In questi tempi contraddistinti da continue propagazioni di informazione quasi in tempo reale, cosa impensabile fino a una cinquantina di anni fa, ne consegue che utilizzare la parola in modo corretto deve continuare ad essere un atto vitale per protrarre l’evoluzione non soltanto della semantica, ma della conoscenza in generale, per stabilire connessioni tra arte, cultura ed  fra tutte quelle materie dove l’uso della parola resta il mezzo principale per ogni tipo di comunicazione esistente.

Quale pensi che sia il problema più grande della società odierna?
Forse il problema è che non sa d’avere un problema…..scherzi a parte (e se invece questa fosse una verità?), vorrei poter rispondere in maniera semplicistica dicendo che non sa prendersi in giro abbastanza, ma bastasse così poco…..in realtà non riesco a rispondere in modo esaustivo, un pò perchè i problemi sono innumerevoli e partono da antiche discriminazioni, pregiudizi, differenze di pensiero che credo mai riusciremo a risolvere. Eppure, tornando ai nostri giorni, nonostante la comunicazione sia migliorata notevolmente, per assurdo pecchiamo ancora d’incomunicabilità oppure quando c’è, raggiunge toni esasperati , sbagliati o violenti. Non per collegarmi ad un film recente che ho amato, ma secondo me tutti dovremmo ritrovare in noi il puro concetto di bellezza, termine che racchiude tutto ciò che è portato si agli estremi, ma in termini di positività, ammirazione, entusiasmo, armonia. La contemplazione ed il compiacimento di tutto ciò che abbiamo e che si chiama vita, dovrebbe partire prima dentro noi stessi per essere poi condiviso con chi, come noi, arriva alla metamorfosi perfetta. In ultimo, ma non per ultimo, c’è un altro minuscolo problema con cui vorrei concludere, ringraziandovi per la magnifica disponibilità….il fatto che la società non sia ancora a venuta a conoscenza del mio libro! Quindi la invito a sintonizzarsi sulle mie frequenze, per librarsi insieme a me nella lettura fuori dal comune di “Io mi libro”. Grazie!

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