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Francesco e il sultano: i monoteismi e la natura della fede

 

Si è concluso il ciclo di incontri pubblici promosso dalla Cattedra di Dialogo tra le Culture

Lo scorso 26 maggio si è concluso a Vittoria (RG) il ciclo di incontri pubblici promosso dalla Cattedra di Dialogo tra le Culture in collaborazione con la Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” e con l’Ufficio per la Cultura della Diocesi di Ragusa. Nel corso dell’intero anno diversi studiosi ed esponenti delle tre religioni monoteiste hanno dibattuto sul tema: “Ebrei, cristiani e musulmani figli di Abramo. Riscoprire la fratellanza fra i monoteismi abramici”. In occasione dei vari appuntamenti il riferimento al patriarca Abramo si è tradotto in un cammino di riconoscimento delle prospettive comuni e delle radici condivise. Abramo continua a ispirare una fede radicalmente esodale anche in un tempo storico in cui la condizione migrante diventa esclusivamente un’emergenza da fronteggiare con urlate soluzioni propagandistiche. L’uscita da sé e dalla propria casa, l’affidamento a una parola promettente, l’opzione per la vita itinerante: sono questi i “movimenti” della biografia di Abramo che letteralmente si av-via e si offre quale condizione di un’esistenza credente. È oltremodo necessario un coinvolgimento pratico e teorico dei tre monoteismi nella riscoperta quotidiana della natura esodale e migrante della fede. Occorre misurare la bontà del dialogo interreligioso sulla base delle modalità e-statiche del credere.

Come insegna la storia di Abramo, la fede in Dio ha la forma dell’uscita e dell’allontanamento per chi non si accontenta semplicemente di confermare contenuti e dottrine. È questo un tratto fondamentale dei monoteismi abramici nella misura in cui vengono interpellati e coinvolti nella scena pubblica globale. La consapevolezza del movimento riflessivo della fede è una qualità comune a ebrei, cristiani e musulmani. Questi, condividendo la stessa vitalità sorgiva, possono avanzare credibili istanze di cambiamento all’interno del mondo globalizzato.

È necessario riflettere ad esempio sul contributo che le diverse religioni monoteiste potrebbero offrire alla costruzione della “casa di tutti”. L’universalismo delle fedi si concretizza infatti nell’orizzonte esteso e inclusivo che esse stesse sono chiamate a realizzare. Per fare questo è necessario riconoscere le implicazioni sociali, economiche e politiche di una fede antiidolatrica. Paul Ricoeur amava ripetere che le religioni monoteiste sono «depositarie di un’eccedenza di speranza sulla pianificazione». Potremmo opportunamente ricorrere a questa espressione per evidenziare la portata critica e demitizzante della fede nel Dio unico.

Il mito, compreso quello della razza, della nazione o del sistema economico vigente, non è mai eccedente o sovrabbondante, non riserva sorprese o doni inaspettati. I monoteismi conservano invece un’eccedenza religiosa che supera i confini delle rispettive comunità confessionali, un’eccedenza che assume la forma diversificata dei riti, dei simboli e delle narrazioni, un pluralismo delle pratiche che non è mai confinabile nella sola dimensione normativa o prescrittiva. Bisognerebbe rinvenire sempre più occasioni di incontro e di riflessione tra le diverse tradizioni religiose per affrontare la cruciale questione del pluralismo. Affermiamo di vivere in un mondo diversificato e complesso. Tuttavia il concetto di pluralismo religioso non è sinonimo di complessità, esso non descrive la mera coesistenza di più fedi all’interno del medesimo contesto geografico.

Pluralistico è ad esempio un quartiere in cui non soltanto è facile incontrare diversi luoghi di culto, ma dove è possibile avere “conversazioni prolungate” con uomini e donne di fede diversa. La frequentazione assidua tra differenti stili di vita e modi di credere è allo stesso tempo garanzia e premessa di un universo religioso pluralistico. Bisognerebbe osservare e studiare opportunamente la differenziazione che caratterizza internamente le singole fedi storiche. Alle religioni monoteiste spetta il compito di riflettere in modo particolare sul pluralismo interno ovvero sui processi di diversificazione delle forme e delle pratiche credenti che intimamente le contraddistinguono e le attraversano. Questo lavoro comune può essere sostenuto da una ricerca teologica attenta al paradigma della complessità e alla relazione intercorrente tra l’unità e le parti. I modi della cattolicità, ad esempio, chiedono di essere interrogati dall’intera coscienza ecclesiale.

Può essere utile lasciarsi guidare da un’immagine suggestiva con cui papa Francesco, da diversi anni, sta insistentemente richiamando l’attenzione del Popolo di Dio: «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità […] Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 236).

(Vincenzo Rosito – Docente di Filosofia teoretica – San Bonaventura).

Da sanfrancesco

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