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Quel marcio che strozza Roma

 

Non è la prima volta che la parte sana dei romani s’interroga e discute diffusamente sui Social Network sul “marcio” che sta strozzando la Capitale e sulle latitanze delle forze dell’ordine, della magistratura e del servizio di intelligence interna. L’aggressione avvenuta oltre un mese fa nel bar ad opera di rampolli dei Casamonica, conferma la discutibile operatività di Questura, Comando dei Carabinieri e Guardia di Finanza, e della stessa magistratura. Se non ci fosse stata la documentata denuncia dei media, staremmo ancora aspettando indagini ed arresti!

Roma è da anni tormentata dall’occupazione commerciale e affaristica di camorra, ‘ndrangheta e mafia (italiana, cinese, russa e nigeriana), che si dividono senza farsi degli “sgarri” anche il mercato della droga, della prostituzione, dello strozzinaggio e del gioco di azzardo. Un patto di non aggressione non scritto, ma che sta permettendo a queste organizzazioni ramificate e globalizzate di prosperare e di insinuarsi anche nelle attività pubbliche, come l’indagine su “Mafia capitale” ha evidenziato e come alcuni coraggiosi cronisti giudiziari hanno documentato a rischio della propria incolumità.

Purtroppo, senza che le autorità capitoline siano mai intervenute drasticamente, anche il settore del commercio al minuto, degli ambulanti, della distribuzione agroalimentare è in mano ad alcune famiglie di origine SINTI, eredi degli zingari stanziali, che da anni hanno proliferato non solo in figliolanze, ma anche in alleanze politiche e associative di categoria. Se l’amministrazione guidata dai 5Stelle, sulla falsariga di precedenti decisioni della giunta di centrodestra, vara un regolamento a favore del solito monopolio degli ambulanti e non interviene con mano dura contro i camioncini e altre lordure che abbrutiscono il panorama archeologico e turistico della città, ci sarà una ragione? E’ forse il consenso elettorale, l’accaparramento dei voti? Anche Ostia evidentemente non è immune a questa decadenza morale e culturale. Occorrerebbe una task-force sul tipo dell’antimafia palermitana come ai tempi di Falcone e Borsellino, seguendo “l’odore dei soldi”, con la GdF a fare le pulci. Una presenza anche militare sul campo, come ai tempi dei “Vespri siciliani”, durante il primo governo Prodi.

La Raggi di recente ha varato una delibera per tentare di fermare il degrado degli esercizi commerciali nel centro storico della città, ormai preda di minimarket 24 ore, che prolificano come funghi gestiti da pakistani, bengalesi, egiziani, srilankesi: tutti di religione islamica, quasi sempre sintonizzati su canali satellitari in arabo con tanto di appelli scadenzati dai muezzin! Ma come sono entrati in possesso delle licenze e dei negozi, senza neppure conoscere la nostra lingua parlata e scritta? Chi ha fatto da garanti per loro? E come mai, a quanto risulta ai commercianti romani, pagano quasi sempre in contanti l’avvio dell’esercizio commerciale? Dietro ci sono i soldi sporchi della camorra come nei grandi mercati ortofrutticoli di Roma e Fondi? Per non parlare dei negozi di chincaglierie gestiti dai cinesi, dove imperversano mercanzie con marchi contraffatti e licenze europee false! Tutte queste attività godono di una fiscalità favorevole, che invece è inibita agli italiani. Possono operare oltre i limiti orari e settimanali e non mettono in regola i dipendenti. Nessun provvedimento, invece, contro il caro-affitti esorbitante e le tassazioni locali ed usuraie, che spingono i vecchi negozi artigiani e caratteristici a chiudere!

La Raggi cerca, con delicatezza, di chiudere la stalla dopo che i buoi si sono messi a scorrazzare per l’intera città. Nella prima fascia periferica, vicina al centro e ancora più oltre, verso il Raccordo Anulare, assistiamo anche al proliferare di pizzerie-kebab, pizzerie-ristoranti cinesi, negozi con merci alimentari afro-asiatiche, banchi dei mercati rionali ormai condotti solo da extracomunitari, con prodotti sottocosto dalla dubbia provenienza e mal custoditi. E per finire con l’escalation della piccola delinquenza diffusa, dagli scippi sempre più violenti e i taccheggi nei supermercati e grandi magazzini. E che dire dei “ripulisti” ad orario della Mondezza da parte di zingari, che si sostituiscono ai gabbiani, alle cornacchie e ai piccioni, nell’opera devastante di raccogliere qualcosa da rivendere, lasciando lordure dappertutto?

Come bloccare questo degrado sociale, questa decadenza economica e culturale della Capitale? Con metodi di pulizia etnica, rinfocolando il razzismo strisciante che sta prendendo piede anche in una città votata al solidarismo cattolico e laico? Forse non tutti sanno che i Casamonica, i Di Silvio, gli Spada, i Tredicine, operano da decenni nel commercio romano: alcuni di loro sono stati nel tempo arrestati, altri processati, altri ancora scagionati; ma solo ora sembra siano diventati un problema da cronaca giudiziaria. Certo, le loro attività vanno passate al microscopio. Ma non dimentichiamo l’altra faccia della medaglia: Roma è ormai una zona “off limits” per il ceto medio produttivo, gli artigiani, i piccoli commercianti, pensionati e lavoratori, turisti di tutto il mondo. Oltre ai trasporti inefficienti, alla mondezza che straborda dagli scassati cassonetti risalenti al paleolitico, agli spartitraffico e alle aiuole ricche di vegetazione spontanea e sterpaglie, l’immagine della “città eterna” è ormai relegata alle cartoline degli anni 50/60: a “Vacanze romane” e alla “Dolce vita”. Allora, però, le mafie erano ancora relegate nelle regioni di appartenenza storica e gli zingari, i sinti, giravano per strada con i loro lavoretti di rame e altre piccole mercanzie etniche, oppure si riunivano in campi nomadi a suonare e cantare le loro nostalgiche canzoni magiare. Ma quella era un’altra Roma, una città con un tessuto economico, sociale e culturale particolare, legata a tradizioni secolari, poi stravolte dalla globalizzazione.

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