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Marcia per il ritorno. Le forze israeliane hanno continuato ad usare forza letale contro civili che manifestavano pacificamente

 

Per la quinta settimana consecutiva e su decisione dei più alti ranghi militari e politici israeliani, le forze di Israele hanno sparato con proiettili veri contro manifestanti pacifici, che non rappresentavano alcuna minaccia per la vita dei soldati. Nemmeno quando hanno tentato di abbattere e scavalcare la recinzione oltre la quale si estende la terra e si trovano le case da cui i loro nonni sono stati cacciati col terrore 70 anni fa. Terra che molti di loro non hanno mai potuto calpestare. Da allora nulla è cambiato tranne l’accresciuta potenza di fuoco di una delle potenze militari più forti al mondo.  Venerdì, 27 aprile 2018, le forze israeliane hanno ucciso 4 civili palestinesi, un ragazzo di 15 anni è morto nella notte, e ne hanno ferito altri 1.000 con proiettili vivi o con bombolette lacrimogene, tra cui 69 bambini, 14 donne, 6 giornalisti e 5 operatori sanitari.

L’aviazione israeliana ha inoltre colpito il porto dGaza perché imbarcazioni della “Marina militare” di Hamas avrebbero cercato di superare le barriere di demarcazione tra Gaza e Israele, causando, secondo fonti non ufficiali, 4 feriti.

Ad oggi, il bilancio delle vittime, dal 30 marzo, è salito a 46, tra cui 4 bambini, 2 giornalisti e 2 disabili, mentre il numero di feriti è salito a 2.900 (6.000 se si considerano gli intossicati da gas), tra cui 490 bambini, 83 donne, 38 giornalisti e 18 operatori sanitari. Da tali dati risulta che le forze israeliane hanno ucciso più manifestanti disarmati durante le proteste iniziate il 30 marzo, periodo in cui non sono stati lanciati razzi verso Israele, che nei precedenti 16 mesi durante i quali i gruppi palestinesi avevano lanciato più di 60 tra razzi e colpi di mortaio. Ciò significa che è molto più mortale protestare senza il ricorso alla violenza armata che non lanciando razzi.

Anche questa volta, come confermato da operatori sul campo del PCHR (Centro Palestinese per i Diritti Umani) e da cooperanti che hanno partecipato alle manifestazioni, non si sono viste armi o persone armate ma migliaia di anziani, donne, bambini e intere famiglie, che offrivano acqua ai dimostranti e innalzavano bandiere senza che alcun partito li influenzasse. E le forze israeliane, hanno continuato a sparare sui manifestanti disarmati, sicure dell’impunità di cui godono, giacché, nonostante i loro appelli, le istituzioni internazionali, tra cui l’UE, continuano a non prendere una posizione seria e risolutiva lasciando soli i Palestinesi e le associazioni che si battono per i loro diritti.

Tra queste ultime, l’associazione israeliana B’Tselem, che, dopo la morte del secondo giornalista, aveva invocato con forza un intervento delle Nazioni Unite che proteggesse i manifestanti, mentre in precedenza aveva chiesto esplicitamente ai soldati di non obbedire agli ordini di sparare su palestinesi indifesi; i gruppi palestinesi per i diritti umani Adalah e Al Mezan, che con una petizione inviata all’Alta Corte di Israele, avevano chiesto di fare cessare la politica illegale di aprire il fuoco contro i civili, e condannato la manifesta volontà di sparare per uccidere o provocare disabilità permanenti. https://electronicintifada.net/blogs/maureen-clare-murphy/gaza-about-explode-warns-un-envoy.

La petizione include 12 video clip scioccanti che documentano come i soldati israeliani sparino a manifestanti disarmati, tra cui donne e bambini, che non costituiscono alcun pericolo per la vita dei soldati. Riportiamo il link ad uno dei video in cui si legge che nel 93% dei casi i soldati prendono di mira la parte superiore del corpo, e nel 53% sparano al collo e alla testa. https://electronicintifada.net/blogs/maureen-clare-murphy/gaza-about-explode-warns-un-envoy Infine Amnesty International, che ha invocato l’embargo militare contro li attacchi sanguinosi di Israele.

La scelta di ferire e mutilare deliberatamente civili palestinesi durante le proteste, è una politica criminale adottata in tutta la Palestina, e rientra nella strategia israeliana di frantumare, menomare  ed indebolire sempre di più la società palestinese.

Rientra in questo disegno anche il mirare deliberatamente agli operatori sanitari e le loro attrezzature, come si è visto in questi giorni, per impedirne l’azione di soccorso.

Ma fino a che punto Israele potrà spingersi con le sue politiche letali? La determinazione con cui la popolazione di Gaza e i suoi giovani affrontano il rischio della morte è sconvolgente, significa che la loro vita è diventata invivibile, che non hanno più nulla da perdere. Dietro di loro non c’è Hamas ma la disperazione che li spinge ad affrontare a mani nude o con i sassi i cecchini e i carrarmati israeliani. E questo sta diventando insopportabile per Israele, che teme di più le masse di giovani che avanzano disarmati che non i missili di Hamas.

Come ha ben colto  Nikolai Mladenov, inviato speciale dell’Onu per il Medio Oriente, che ha detto: “Gaza sta esplodendo”.

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

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