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“Solo l’inquietudine dà pace” – di Riccardo Cristiano

 

“ Solo l’inquietudine dà pace” è un libro realizzato insieme a Lucia Capuzzi, Giuseppe Giulietti, Shahrzad Houshmand, Raniero La Valle, Daniele Menozzi, Camillo Ripamonti, Antonio Spadaro e Roberto Zuccolini per spiegare la portata del discorso pronunciato dal papa il 9 febbraio del 2017, quando ha ricevuto il collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica per ricordargli l’importanza di  INQUIETUDINE, INCOMPLETEZZA e IMMAGINAZIONE. La data del 9 febbraio 2017 va dunque legata  al 6 agosto del 1964, quando Paolo VI firmò l’enciclica Ecclesiam Suam  e al 25 ottobre 1965, quando lo stesso Paolo VI insieme ai padri conciliare diede alle stampe la dichiarazione Nostra Aetate. Infatti il discorso del 9 febbraio e di cui questo libro cerca una lettura il più complessiva possibile aiuta chiunque voglia farlo a capire come lavorare per l’armonia tra le civiltà. Quel 9 febbraio, raccomandando ai suoi scrittori inquietudine, incompletezza del pensiero e immaginazione, Francesco, non per caso il primo papa che viene dal Sud del mondo, ha affiancato questa preziosa indicazione metodologica alla dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”, quella che indica attenzione e amicizia per l’ebraismo e le altri grandi religioni e alla prima enciclica  di Paolo VI , che richiede il dialogo con le altre religioni e culture, abbandonando l’idea che vedeva solo falsità fuori dal cattolicesimo, e che questo pontificato ha saputo accompagnare con il ruolo che ha assegnato alle periferie, a tutte le periferie.

Questo libro dunque analizza un discorso di particolare rilievo tanto da costituire  il prezioso supporto metodologico, adeguato alle sfide dei tempi, per chiunque voglia lavorare per l’armonia e non per lo scontro di civiltà. Questo discorso ci fa capire anche lo speciale rapporto tra Francesco e Paolo VI, la sua prima enciclica, nella quale si afferma che la “Chiesa si fa dialogo” e che  “deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere”. È così possiamo dire che lo scontro di civiltà si fonda sul pensiero completo, sulla rinuncia all’ immaginazione e sul contenimento dell’inquietudine dell’animo, mentre il paradigma metodologico definito da Francesco in tre parole, “inquietudine, incompletezza, immaginazione”, ci spiega che il mondo dei costruttori di ponti ci affranca da un’illusione: il mondo non è in bianco e nero. Questo paradigma metodologico infatti ci aiuta a comprendere come si possano vedere i grigi, dato che se non impareremo a farlo, lentamente, diventeremo ciechi. Soltanto la consapevolezza dell’incompletezza del nostro pensiero può aiutarci a vederli anche in noi stessi, visto che tutti avvertiamo il desiderio (e il bisogno) della vita come fluire e della vita come stabilità; soltanto l’inquietudine può aiutarci a rimanere fratelli e soltanto l’immaginazione può portarci oltre i nostri confini.

Sottolineando l’importanza di permanere inquieti, capaci di immaginare e consapevoli dell’incompletezza del nostro pensiero, Jorge Mario Bergoglio, dopo essersi speso per una geopolitica della misericordia, con questo discorso  ha dato un nuovo strumento metodologico ai costruttori di ponti, alla costruzione dell’ordine della società del vivere insieme,  che non sostituisce la realtà con la sua rappresentazione: il disordine ideologico dello scontro di civiltà è il contrario della civiltà cattolica, non a caso il nome della rivista i cui redattori sono i destinatari di questo cruciale discorso.

Consapevole che quello della secolarizzazione è un problema principalmente occidentale,  Bergoglio ha saputo cogliere  l’urgenza comune per l’umanità d’oggi, cambiare la rotta della globalizzazione, trovando così un linguaggio comune con tutti i suoi contemporanei ed evitando anche le pericolose derive del localismo identitarista, nelle quali alcuni alcuni suoi critici non potevano che rimanere incagliati. Ecco come mai ha voluto definire il problema cruciale e globale di questo nostro tempo proprio durante la sua visita nel per noi remoto Chapas, avvertendoci da lì che siamo “esposti a una cultura che tenta di sopprimere tutte le ricchezze e le caratteristiche culturali inseguendo un mondo omogeneo”. Ma esiste il mondo omogeneo? Certo che esiste, è quello dei centri commerciali, ovunque gli stessi, ovunque provvisti degli stessi prodotti. E’ anche quello delle mono-colture, capaci di fare dell’Amazzonia un enorme piantagione di mais, o un pascolo per bovini McDonald. Ma questo mondo omogeneo è anche il mondo sognato dai localisti che erigono muri e hanno paura dell’altro, chiudendosi in uno spazio di uguali circondato dal muro che loro stessi hanno eretto.

Questo scontro tra globalizzazione uniformante o localismi identitari la Evangelii Gaudium lo ha raccontato con parole poetiche, vedendo da una parte un estremismo che ci vuole “passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati” e dall’altra un estremismo che propone un “museo folkloristico di eremiti localisti, condannati sempre a ripetere le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso  e incapaci di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini”. Dialogo, pietà, ingenuità, disponibilità, discernimento: c’è tutto questo dietro il discorso di cui qui si parla, con il quale Francesco definisce il metodo dell’armonia, non dello scontro e che quindi sento rivolto a tutti gli Altri.

L’inquietudine di Francesco è l’inquietudine di  Sant’Agostino. Per qualche lettore che non ha studiato i padri della Chiesa, l’inquietudine di Jorge Mario Bergoglio rimanderà a Seneca, che nella Tranquillità dell’animo ha scritto: “Noi con animo grande non ci siamo voluti chiudere nelle mura di una sola città, ma ci siamo aperti alla relazione con tutto il mondo e abbiamo affermato di avere il mondo come patria, perché fosse possibile offrire alla virtù un campo più vasto.”A qualcun altro poi l’inquietudine di papa Francesco parlerà di Cartesio, visto che il celebre  cogito ergo sum che ha reso noto nei secoli questo ex studente dei gesuiti non parla soltanto di pensiero, ma anche di co-agitazione, ossia dell’inquietudine della coscienza. Per un altro ancora l’inquietudine di papa Francesco ricorderà  Fernando Pessoa: “ Oggi ho subito un’amputazione. Non sono più esattamente lo stesso. Il fattorino dell’ufficio è partito. Tutto quanto succede nel dove in cui viviamo, succede a noi. Tutto quanto cessa in ciò che vediamo, cessa in noi. Tutto ciò che è stato, se lo abbiamo visto quando era, quando se ne va è tolto da dentro di noi. Il fattorino dell’ufficio è partito.”

L’ inquietudine di Bergoglio non è letteratura, non esce dal libro insonne di Rua dos Duaradores,  ma visto che lui ama la poesia e la letteratura, sa non escludere e costruire  un linguaggio comune. Lucia Capuzzi ci parla dell’inquietudine del suo tornare nella Patria Grande, Giuseppe Giulietti di quanto il suo metodo sia un vademecum per ogni giornalista, Shahrzad Houshmand lo legge da teologa musulmana, Raniero La Valle ci spiega la forza del pontificato di Bergoglio, “inquieto, non predefinito ma aperto all’immaginazione, pieno di poesia ed incompleto”, il contrario di ciò che associamo all’idea di pastor angelicus, Daniele Menozzi, lo spiega in termini storici, di addio all’intransigenza, Camillo Ripamonti lo racconta attraverso l’incontro inquieto con i profughi, Antonio Spadaro anche in termini educativi, Roberto Zuccolini come medicina per un tempo che ha bisogno di un’etica globale.

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