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Igor: morti evitabili? Il default del nostro sistema sicurezza

 
A dispetto del progressivo e costante calo dei reati certificato dai dati ufficiali rilasciati dal Viminale, il tema della sicurezza dei cittadini fa da padrone sui media e domina la campagna elettorale.
Le terribili scorribande di “ Igor “ hanno messo in crisi tutto il nostro sistema di pubblica sicurezza con ricadute negative evidenti sulla sua complessiva credibilità. Ma ci sono stati dei feriti e dei morti. Sono state uccise delle persone. Qui ed in Spagna.
E quando ci sono morti e feriti ci si deve sempre interrogare se è stato fatto tutto il possibile per evitare quelle tragedie. Lo esige la nostra etica ma, sopratutto, il nostro diritto, la nostra bene amata Costituzione. Insomma ci si deve chiedere se le dovute posizioni di garanzia a favore dei cittadini sono state violate o meno. Il diritto alla vita ed alla integrità fisica lo richiedono senza se e senza ma. Senza alcun distinguo. Ciò vale per ogni ambito in cui si sviluppa la vita sociale. In ogni forma di attività sociale.

Lo Stato è sempre rigoroso nell’esigere la tutela della sicurezza per i propri cittadini?
La risposta è no. Sicurezza vuol dire potere. Potere di disporne, di garantirla, di crearla.Avere quel potere vuol dire però anche esser responsabili del suo esercizio.
Lo Stato allora non fa sconti a datori di lavoro, sindaci, amministratori pubblici e privati,  nel verificare con rigore le loro responsabilità quando si verificano incidenti o disgrazie anche astrattamente riconducibili alla loro posizione di garanzia.
Quando si parla, però, di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria diventa ritroso ed accondiscendente. Non parlo del provvedimento del Giudice che ha esercitato la propria Giurisdizione sugli elementi che aveva.
Il Giudice lo ha ben detto: la valutazione complessiva e generale su idoneità ed adeguatezza delle forze messe in campo per la cattura del ricercato, la adeguatezza delle linee strategiche, la correttezza e tempestività dell’analisi dei dati acquisiti, la sussistenza di idoneo coordinamento tra forze impiegate nella ricerca, “ deve restare sullo sfondo” del suo giudicare.
Ma qui la questione è un altra e di tutto spessore.
Mai e poi mai il segreto investigativo può giustificare la mancanza di collaborazione tra tutte le forze dell’ordine quando ci si trova di fronte a criminali in fuga della pericolosità di Igor. Ammesso e non concesso che il fatto di far rimanere a casa il povero Valerio Verri potesse effettivamente metter in pericolo la fruttuosità delle indagini.
Subito dopo i fatti di Budrio il Procuratore di Bologna ha rilasciato un’intervista ai microfoni di “chi l’ha visto?” dove stigmatizzava il fatto che la pubblicazione della foto segnaletica di Igor e la rivelazione della sua possibile identità avrebbero reso ancor più pericoloso il latitante così informato delle sue ricerche.
Da quel momento, giorno per giorno, i media locali e nazionali hanno dato cronaca pressoché quotidiana di tutti gli avvistamenti e ricerche di quel criminale nei luoghi dove poi è stato barbaramente ucciso Valerio Verri.
Abbiamo letto dell’aiuto prestato da un partigiano di 94 anni che ben li conosceva, del ricorso ad un drone poi smarrito ecc. ecc. i luoghi dove erano in corso la caccia all’uomo erano ben noti ai giornalisti.
È auspicabile che lo Stato riesca in futuro a sottoporre a rigoroso controllo anche la buona e diligente gestione della pubblica sicurezza da parte dei soggetti ad essa deputati. Perché tutti debbono essere uguali di fronte alla legge.
Perché non serve invocare “mano libera alle forze dell’ordine”. Serve responsabilizzazione. Quella stessa che viene applicata a tutti i normali cittadini
*l’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Valerio Verri, la guardia ecologica volontaria trucidata il 2 aprile scorso

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