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Odio e mobilitazione: il Rapporto 2017-2018 di Amnesty International

 

È uscito questa mattina il Rapporto 2017-2018 di Amnesty International (Infinito Edizioni), sulla situazione dei diritti umani in 159 paesi.

Le parole chiave sono odio e mobilitazione.

Dal discorso d’odio, che avvelena la vita pubblica e la convivenza civile in molti paesi, fino al crimine motivato dall’odio nutrito nei confronti degli appartenenti a determinate categorie di persone (si pensi ai rohingya di Myanmar), per lo più persone particolarmente vulnerabili che vengono strumentalmente presentate come un problema o come una minaccia da eliminare.

L’ostilità di molti governi tende ad estendersi anche contro chi si schiera a difesa delle vittime: contro organizzazioni della società civile, intimidite e criminalizzate in un numero crescente di paesi.

Retorica divisiva e politiche di demonizzazione stanno dando ovunque i loro frutti. Il “là” lo hanno dato gli Stati Uniti d’America, dove l’amministrazione Trump ha inaugurato il 2017 con un atto, il “Muslim ban”, finalizzato a impedire l’ingresso nel paese a persone in quanto provenienti da alcuni stati a maggioranza musulmana.

L’amministrazione Usa non è isolata nel proporre atteggiamenti xenofobi. Basta guardarsi intorno per constatare come i leader di non pochi paesi trattino rifugiati e migranti unicamente come un ostacolo da rimuovere.

Un altro tema che sta diventando ogni giorno più rilevante, riguarda le classiche libertà civili, da quella di associazione a quelle di espressione e di manifestazione, fino alla libertà di informare. Ad aggravare la situazione è un contesto nell’ambito del quale molti leader politici incoraggiano o promuovono attivamente “fake news” per manipolare l’opinione pubblica e, contemporaneamente, sferrano attacchi contro gli organismi di controllo sull’esercizio dei loro poteri.

Lo scorso anno almeno 312 attivisti per i diritti umani sono stati uccisi, soprattutto in America Latina mentre almeno 262 sono giornalisti finiti in prigione per il loro lavoro (in Messico ne sono stati addirittura assassinati 11, mai così tanti dal 2000).

Le più grandi carceri per i giornalisti sono la Turchia, l’Egitto e la Cina. In Turchia, il 2017 ha inoltre visto l’arresto, senza precedenti, della direttrice e del presidente di Amnesty International. Mentre Idil Eser attende ora fuori dal carcere che si celebri un processo fondato su accuse assurde, Taner Cilic è, ad oggi, ancora detenuto, sulla base di accuse altrettanto grottesche.

Anche in Egitto vengono chiuse le Ong, bloccati i siti, incarcerati i giornalisti per avere pubblicato notizie definite false dal governo. E la collaborazione finalizzata a ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni, a sei mesi dalla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, è del tutto insufficiente, mentre le autorità si accaniscono contro coloro che hanno avuto il coraggio di collaborare con la famiglia Regeni nella ricerca della verità.

In Cina, il governo ha continuato ad applicare, con il pretesto della “sicurezza nazionale”, leggi liberticide. Il leggendario attivista Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace, è morto, malato e senza cure mediche, dopo anni di prigione per aver espresso pacificamente critiche al proprio governo. Altri attivisti e attiviste sono stati arrestati e processati per accuse vaghe di “sovversione contro i poteri dello stato”.

Anche tra gli stati membri dell’Unione Europea ve ne sono diversi, dalla Francia alla Polonia in cui, viste le restrizioni importanti che sono state introdotte, la libertà di manifestazione pacifica non può essere più data per scontata.

Il 2017 si è caratterizzato inoltre, come l’anno precedente, per la mancanza di una risposta adeguata da parte della comunità internazionale a fronte dei crimini particolarmente gravi, dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Iraq, in Siria, in Yemen, nel Sud Sudan. E mentre perdono interesse per la punizione dei crimini internazionali, molti governi non rinunciano ad autorizzare forniture di armi che vengono poi usate per colpire indiscriminatamente i civili – è il caso delle forniture dall’Italia all’Arabia Saudita di armi usate nel conflitto yemenita. Insomma, si rinuncia sia alla punizione che alla prevenzione.

Infine, se rifugiati e migranti sono dipinti e visti come una minaccia, ciò – oltre a renderli vittime privilegiate del discorso e dei crimini di odio quando giungono sul territorio di un altro stato – tende a tradursi in scelte politiche e in prassi il cui fine è di tenerli lontani, negando loro a priori ogni forma di protezione internazionale. In Australia sono ancora in vigore le politiche di confinamento dei richiedenti asilo in centri oltremare di Papua Nuova Guinea e Nauru, in condizioni che sono di punizione più che di protezione.

Quanto all’Europa e all’Italia, la situazione della Libia – in cui i migranti sono sottoposti a detenzione arbitraria, tortura, estorsioni, traffico di esseri umani, rapimenti e riduzione in schiavitù – è tale da rendere del tutto inaccettabile la scelta di collaborare con i più svariati attori della scena libica al fine di impedire ai migranti e ad eventuali richiedenti asilo o protezione internazionale di avvicinarsi alle nostre coste. Altrettanto inaccettabili sono le prassi di alcuni paesi europei – come la Francia e la Norvegia – di rimpatriare i richiedenti asilo afgani, in un paese dove nel 2017 le morti tra i civili hanno raggiunto livelli record.

In questo scenario mondiale decisamente cupo, c’è forse, nell’anno in cui ricorre il 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, un barlume di speranza. L’odio e la discriminazione, da un lato, la privazione di beni essenziali dall’altro, nonostante le limitazioni gravi delle libertà di espressione, associazione e manifestazione, sembrano avere spinto più persone, e non meno persone, ad alzare la voce, a protestare. Osserviamo la crescita di un movimento di vecchi e nuovi attivisti impegnati in campagne per la libertà e la giustizia, che fanno sperare che lo scivolamento verso l’oppressione possa essere fermato.

Il Rapporto di Amnesty International dà conto anche di questo. Vi si parla delle non poche importanti vittorie che le attiviste e gli attivisti per i diritti umani hanno contribuito a ottenere: dalla eliminazione del divieto totale d’aborto in Cile, ai passi avanti verso il matrimonio egualitario a Taiwan fino al blocco degli sgomberi forzati ad Abuja, la capitale della Nigeria. Negli Stati Uniti attiviste e attivisti hanno lanciato, ad esempio, la Women’s March, ripresa in altre parti del mondo, mentre nella denuncia della violenza contro le donne e le bambine una crescente influenza hanno avuto i nuovi movimenti digitali, come MeToo e Ni Una Menos, in America Latina. In un anno nero per i diritti umani, i segnali di speranza arrivano dalla società civile.

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