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La crocifissione artistica di Vincent. “L’odore assordante del bianco – Vincent Van Gogh” di S. Massini alla Pergola di Firenze fino all’11 febbraio

 

Vincent ha 36 anni ed è stato da poco internato nell’Istituto psichiatrico di Saint Paul, nei pressi di Arles, a causa della petizione di 100 bravi cittadini, intimoriti da stranezze ed eccentricità. Non viene classificato come pericoloso per la comunità, bensì in qualche modo perturbante, come la sua pittura, dove il sole e la notte palpitano di luci e colori, il blu intenso e stellato del cielo sovrasta il brusio dei caffè notturni, deflagrando in emozione sincopata e sensuale.

Nella scheda di ammissione lo si definisce incapace di vivere, assediato da allucinazioni visive e uditive. Confinato in una stanza dalle pareti ruvide, bianche di calce, dove persino l’unica pianta presente, dopo mesi di attesa, ha prodotto fiori bianchi, curato con farmaci e bagni prolungati nelle ben note vasche manicomiali, al termine dei quali è difficile persino ricordare il proprio nome, Van Gogh è percosso da rombi, fruscii, lame di suono che gli confondono i pensieri e gli impediscono di discernere le figure immaginarie dalla realtà.

Dubita, dubita di tutto, perché è l’unico modo per conservare la coscienza di sé. Dubita di ciò che vede. Sogna i campi di grano e i ricami dorati delle colline, sogna la visita del fratello Theo, ma chiede all’ologramma che gli si presenta e che conversa con lui, una prova di tangibilità. In questo spazio concentrazionario e geometrico, in cui regole accuratamente studiate vietano qualsiasi cosa – dipingere, leggere, possedere oggetti, godere dei colori, della luce naturale – continua a cercare un punto di fuga. Per esempio, studiando gli articoli del regolamento,  o procurandosi di nascosto una tela e tracciando per mezzo di pezzetti di carbone sciolti con lo sputo un sulfureo ritratto dell’ottusità umana, ossia del dr. Vernon-Lazàre. Proprio quest’aguzzino subdolo e apodittico, uscito da un disegno di George Grosz o da un dramma di Durrenmatt, pittorucolo della domenica devoto alle regole formali e alla mamma, ricordata con un breve singhiozzo nostalgico, spiega a Vincent che lo scopo dell’Istituto è quello di far dimenticare ai reclusi il mondo esterno, sostituendosi ad esso, separandoli per sempre dal resto dell’umanità, facendoli abituare al proprio anonimato, a un’invisibilità priva di pensieri e ricordi.

Il dottor Peyron, direttore del manicomio, uomo a suo modo originale, oppresso dalla noia e intento a vagheggiare il silenzio degli oceani, si mostra invece interessato a Vincent. Tuttavia, nel suo accanito positivismo, nonché fede nelle magnifiche sorti e progressive della scienza, è annidata la supponenza dell’uomo d’ordine, di chi – per carità con metodi umani – persegue comunque la normalizzazione, la rimozione degli eccessi. Arriva, salendo su una sedia, a trasformarsi in uno zauberer manipolatorio vagamente contiguo al Mago Cipolla di Thomas Mann, per ipnotizzare Vincent e scandagliarne la mente.

Alessandro Preziosi incarna con dedizione fisica e potenza interiore la rabbia, l’impotenza di Van Gogh, la rivendicazione incessante di una diversità che è soltanto ipersensibilità alle sollecitazioni esterne e che può essere semplicemente definita arte, o meglio processo creativo. Il suo viso, scavato dalle ombre, diventa raffigurazione del perseguitato, del perturbatore, della vittima sacrificale sull’altare delle convenzioni.

Curvo, sotto il peso invisibile dell’intero universo, il braccio teso a invocare e respingere come la voce tesa di un’elegia rilkiana, crocifisso al cavalletto, Vincent quasi grida la pena e l’ineludibile necessità di dipingere, e di farlo in quel modo eversivo, visionario, lancinante.  Attraversato, posseduto dai colori – carminio, giallo, indaco – che mescola per crearne di nuovi, in una ricerca ossessiva, sempre più estrema e senza ritorno, urtato dalle forme che si gettano contro il suo sguardo, deformandosi: contadine rattrappite sui campi, soli tenebrosi, volti contorti, corvi neri, alberi verdi di foglie che si mutano in grandi rami spogli e adunchi evocanti gli incubi dei Grimm, i rami onirici che si associano per affinità e contrasto cromatico alla figura bianca e farisaica del padre, il primo nella sua vita a negare la visione, a non capire che la realtà, ciò che è comunemente visibile, non basta. E in questo testo delle origini, Massini forgia un linguaggio magmatico, esplosivo, lusseggiante e insieme di una precisione matematica e crudele, che si ascolta con gli occhi e ferisce in modo irreparabile la mente.

Alla fine, prima che il buio scenda ad avvolgere Vincent in un sudario, le note di Lohengrin si materializzano per definirne la natura di Uomo senza Nome, privato della possibilità di esistere.

luciatempestini0@gmail.com

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