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Il capro espiatorio. La vicenda del bellunese Fabio Vettorel, in carcere ad Amburgo da ormai quattro mesi

 

Abbiamo un diciottenne bellunese nelle galere tedesche, non si sa quando ne verrà fuori. Accusato di disturbo alla quiete pubblica durante il G20 di Amburgo, del “tentativo di causare danni mediante mezzi pericolosi” e di resistenza a pubblico ufficiale. Secondo il suo avvocato, le autorità non sono riuscite a produrre alcuna prova specifica.

Dopo quattro mesi di incubo, al diciottenne comunicano che sta per uscire. Prepara le sue cose, ma è più veloce il ricorso della Procura: le porte del carcere per lui non si aprono. La realtà vuole che questo non sia un racconto di Kafka, ma il caso di Fabio Vettorel. Il capro espiatorio di una vicenda più grande di lui: un dubbio orrendamente ingrandito dall’accanimento di questa via crucis giudiziaria.

Abbiamo un diciottenne bellunese nelle galere tedesche, non si sa quando ne verrà fuori. Proviamo così, usando il verbo al plurale, a renderci conto di quanto questa vicenda sia dolorosamente assurda. Ribadendo che “capro espiatorio” è un’espressione che hanno usato anzitutto i media in Germania, trattando la storia di Fabio con più di un’inchiesta. Ricordando il cherosene gettato dalla politica tedesca su un quadro G20 già infiammato dalle violenze di piazza: “punizioni forti” la richiesta, col sindaco di Amburgo a far da portavoce. Ricordando, soprattutto, un video della polizia che ‘smonta’ l’accusa a Vettorel. Un oggetto raccolto si vede in quelle immagini: non esattamente segno di una condotta violenta o addirittura di una “predisposizione” alla violenza. Quella attribuitagli nei documenti che l’hanno tenuto in carcere.

La definizione di capro espiatorio la suggeriscono altri fatti: gli arresti del G20 furono tanti, diverse decine. Tanti (i tedeschi in primis) sono stati rilasciati poco dopo, altri in settimane o mesi successivi. Vettorel no. Lui, che s’è visto nel frattempo irrigidire il regime di detenzione e allungarsi l’attesa del processo. Lui, che a diciotto anni per la legge tedesca è ancora un adolescente, tanto che in aula presenzia un assistente del tribunale dei minori.

Arrivate le udienze, sono arrivati i testimoni dell’accusa, “uno più imbarazzante dell’altro” e che si contraddicono, racconta la corrispondente di “Repubblica” in Germania. Ed è arrivato il dietrofront sulla sua scarcerazione: nessuna misura alternativa, prevale il “pericolo di fuga” sostenuto dai giudici. Insieme a cui, tuttavia, val la pena ricordare la ricostruzione messa nero su bianco in una petizione pubblica: Vettorel e Maria Rocco, altra giovane bellunese che manifestava ad Amburgo, al momento dell’arresto stavano soccorrendo una ragazza rimasta per terra con una caviglia fratturata.

Si è mossa anche Amnesty International per Fabio, chiedendone il rilascio e citando il Consiglio d’Europa: il fatto che una persona sospettata di un reato non sia cittadino o non abbia la residenza dello stato in cui è avvenuto il presunto reato, non è in sostanza un motivo sufficiente per giustificare la detenzione preventiva. Quella che però ha segnato il caso Vettorel.  “Capro espiatorio” di una vicenda più grande di lui: un evento di piazza clamorosamente scappato di mano. Non sappiamo se con la sua vicenda la Germania stia mandando un “segnale di forza” all’Italia e all’Europa, o semplicemente stia dando forma alle “punizioni” chieste in patria dopo il G20. Sappiamo che a distanza di quattro mesi abbiamo ancora un diciottenne bellunese nelle galere tedesche. Senza capire davvero il perché.

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