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Diventeremo tutti replicanti?

 

Si immagina che siano passati settanta anni dal primo episodio di Blade Runner diretto da Ridley Scott, e ora ci troviamo nella Los Angeles nel 2049, una megalopoli ancora più sterminata e cosmopolita, percorsa incessantemente da macchine volanti della polizia che sfiorano i fianchi ciclopici dei grattacieli pattugliando la città. Non è compito semplice mantenere law and order  in  una sovrappopolazione in cui non si distinguono più gli umani dai non umani. O dai troppo umani. Tra i nuovi androidi, progettati a dovere, sono reclutati i cacciatori di Nexus, replicanti di vecchia generazione che a causa di un difetto all’origine hanno sviluppato una coscienza e non si rassegnano a una vita con scadenza certificata e limitata. Alcuni di loro sono scomparsi nella clandestinità, presso aree industriali dismesse e abbandonate ma segretamente brulicanti di vita. Questi esseri fuori controllo vanno raggiunti e “ritirati”, cioè tolti di circolazione. Una pistola speciale ne scansiona la pupilla risalendo al numero di matricola, li ‘disattiva’ e in pratica li uccide, se è lecito utilizzare questo termine per un organismo di laboratorio. K (Ryan Gosling ) è tra i cacciatori più efficienti per forza e intelligenza; molto stimato dai suoi superiori che lo impiegano nelle imprese ad alto rischio. Il personaggio è quasi un duplicato di Rick Deckart, l’indimenticabile blade runner interpretato da Harrison Ford; il quale però era un uomo, sebbene non più umano di Roy Batty (Rutger Hauer), l’androide che nel drammatico finale gli salva la vita in un estremo anelito di compassione, prima di  accasciarsi e di spirare (nell’accezione inglese di espire,  ‘scadere’). K con il suo veicolo spaziale a doppio modulo (uno per la navigazione ad ampio raggio, l’altro per le incursioni e l’atterraggio) è raffigurato come una sorta di bounty killer della posterità: indossa un lungo spolverino di pelle che scende fino alle caviglie, e di quel romantico stereotipo nato con il mito della frontiera, riproduce anche l’aspetto, la gestualità, l’impassibilità, l’eloquio ridotto all’osso. Costumi e scenografie sono una parte rilevante del fascino del film; paesaggi fatiscenti e brumosi in campo lungo a contrasto con gli interni ultra tecnologici.

Un replicante della vecchia serie, Sapper Morton, è riuscito a farla franca per un bel numero di anni; vive  in un tugurio, in compagnia soltanto dei propri ricordi: veri o impiantati? Come che sia, ormai è un umanoide a tutti gli effetti, e non intende rinunciare alla sua condizione. Una pentola per il pranzo bolle sul fornello, quando l’agente K mette piede nella casa deserta e si annuncia un duello all’ultimo sangue. Infatti lo scontro tra i due androidi, è brutale, titanico, una lotta violentissima tra schiavi, tra gladiatori carne da macello. Gosling avrà la meglio a fatica; ma riportandone un vulnus inguaribile inferto non da un fendente dell’avversario ma da una sua sconvolgente affermazione: “Tu agisci così perché non conosci il miracolo”.

Quale miracolo? Prima di lasciare l’abitazione del fuggiasco, K trova un pupazzetto a forma di cavallo sbozzato alla sgorbia, avvolto in uno straccio e nascosto tra la cenere di un vecchio focolare; forse il giocattolo di un bambino. Mentre applica alle ferite l’apposita lozione rimarginante, un rovello si fa strada nella sua mente: un bambino! Nato da chi? E quando? Il singolare manufatto sottoposto all’analisi molecolare rivela che quel tipo di legno è ormai introvabile da circa trent’anni. Il tenente Joshi, la sua diretta superiore, riponendo piena fiducia in lui gli affida l’incarico di scoprire che cosa si celi dietro quell’oggetto: forse hanno trovato la traccia per procedere alla soppressione di un manipolo di vecchi androidi umanizzati al punto da riuscire a riprodursi. Quando K, impassibile ma intimamente turbato, osserva che tra loro potrebbe trovarsi un «nato», la donna non si scompone: “Che differenza c’è?” Domanda. “Un «nato»  ha un’anima”, prova a obiettare K. “E allora?  Tu non hai un’anima e mi pare che te la cavi benissimo lo stesso”.

Diventeremo tutti replicanti?

Quel giocattolo riemerso dal buio, continua ad apparire inspiegabilmente familiare a K. Il quale, senza chiedere autorizzazione, consulta la persona che costruisce  memorie per gli androidi, Ana Stelline, una  giovane fantasiosa Sibilla che vive in stato di semi reclusione in una gabbia dorata. E’ l’unica in grado di distinguere un ricordo vero da uno creato ad arte, possiede gli strumenti per stabilire se il cavallino di legno appartiene a un’esperienza vissuta o a un corredo di microchip. A questo punto il film ci catapulta in un’avventura della mente in cui l’investigazione poliziesca sconfina verso altre dimensioni, non meno appassionanti. K cerca il mistero della propria esistenza nel bambino che potrebbe essere egli stesso trenta anni prima, nato dal ventre di una replicante e proprietario del giocattolo; cerca se stesso nei presunti genitori, cerca la sua anima. Esattamente come fa ognuno di noi, ogni giorno, nella propria vita. E l’intreccio si avvolge attorno a un passato da cui entra di nuovo in scena Rick Deckart /Harrison Ford – non era lui disperatamente innamorato di Rachael, la splendida androide? – con il suo intenso e rugoso carico di anni (settantacinque),  un vigore da irriducibile lottatore e un segreto molto doloroso da raccontarci. Una trama da cui lo spettatore si lascia irretire volentieri, sprofondando in un labirinto di  miraggi.

Sappiamo da tempo che la memoria è la nostra anima, non esiste vita senza memoria, non esiste l’individuo senza memoria. L’essere umano senziente e cogitante non è altro che un impasto di memoria che gli permette di stare al mondo, ma anche di concepire mondi diversi. Ci spiega Carlo Rovelli nel suo ultimo saggio-capolavoro “L’ordine del tempo”, come il tempo stesso sia memoria, riconducibile al fenomeno dell’ entropia che misura l’irreversibile movimento del calore in un’unica direzione, solo dai corpi caldi ai corpi freddi, mai il contrario. L’unica legge fisica che configura un passato e un futuro; un trascorrere e dunque una memoria. Il tempo, enuncia ancora Rovelli, è “la forma con cui noi esseri viventi, il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità”.

La spettro dell’Alzheimer incombe così sinistro perché evoca proprio la paura di perdere l’anima prima del corpo. Una prospettiva terrificante che ci espelle dal mondo cosciente consegnandoci a un’esistenza scontornata, un limbo indecifrabile in cui i circuiti cerebrali sconnessi annegano in un’angosciosa poltiglia.

Federico Fellini nel progetto di un film sull’Inferno di Dante a cui avevamo appena iniziato a mettere mano, congetturava che l’inferno potesse essere il collasso delle sinapsi, una catastrofe cerebrale che ci  precipita in un caos privo di pensiero, al cospetto di un universo senza forma e senza nomi, senza ordine e geometria. Privo di significato perché privo di memoria. Una condizione di sofferenza indescrivibile, che potremmo anche supporre come l’assenza di Dio; se è vero che Dio illuminò il mondo, fiat lux!, e diede nome alle cose: in principio fu il verbo (E il Verbo era presso Dio E il Verbo era Dio).  L’inferno pertanto potrebbe rivelarsi la negazione stessa della creatività che reca ordine e bellezza (cosmos) e si esprime attraverso l’arte. Un tema che induce attualmente numerosi scrittori a parlare di nostalgia del sacro, quel sentimento del mistero di cui scrive anche Roberto Calasso nel suo libro L’innominabile attuale. L’Homo saecularis ha bandito dalla sua vita ogni metafisica.

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (già autore del pregevole Arrival in cui si ipotizzava una possibile comunicazione con altri esseri venuti dallo spazio) è meno sorprendente del prototipo diretto da Ridley Scott, ma induce a riflessioni che il precedente episodio lasciava in sospeso. Negli Stati Uniti il film non è stato accolto con entusiasmo, Hollywood Report ha parlato di Weekend Box Office Crashing (crollo al botteghino). Probabilmente è stato rifiutato dai ragazzi che non sono più disposti a guardare per esercitare il pensiero, assuefatti al linguaggio visivo dei gameplay (video giochi) in cui predomina l’eccitazione sensoriale. Ed è un peccato perché l’intuizione dello scrittore Philip K. Dick che ha creato la storia originaria (Il cacciatore di androidi), viene sviluppata con  affascinante coerenza, senza rinunciare al modello dell’ action movie ma rivisitandolo in uno stile ‘onirico’ splendidamente calzante alle inquietudini esistenziali ed espressive della nostra epoca. La vicenda di K ci appartiene interamente (anche il protagonista di Kafka si chiama semplicemente K) e la sua passione d’amore con una ragazza-ologramma di conturbante bellezza, costruita evidentemente a sua misura, ricorda non troppo alla lontana la creazione di Eva nata da una costola del primo abitante dell’Eden; più corposa di un olografia ma forse non meno inafferrabile.

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