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Omicidi. Nel 2016 il minimo storico. Ma molti media speculano sulla ‘violenza percepita’

 
Parto con una premessa.  Quali sono le malattie più insidiose? Quelle che non ti appaiono tali, che sottovaluti, contro le quali non fai nulla forse perché sei come assuefatto alla loro presenza.
E per spiegare il senso della “premessa” vengo a due segnalazioni prese dai giornali.
“La tragedia della ragazza Noemi sta diventando un reality show proprio in senso tecnico” scrive su Repubblica Michele Serra “coi parenti della vittima e quelli del carnefice in onda per molte ore su molte reti, non più esseri umani ma compagnia di giro”. E qual è l’effetto più devastante? “La quasi immediata dismissione del lutto, della compassione”. Il meccanismo va avanti “fino a che uno spegne la televisione perché quel delitto ha stufato e aspetta il prossimo”.
Ma quanti sono allora gli omicidi oggi in Italia? I dati sarebbero da tempo noti, li ha forniti il Viminale. Pino Arlacchi li riprende sul Corriere. Nel nostro paese nel 2016 abbiamo toccato “il minimo storico di 397 omicidi, 0,65 morti violente ogni 100mila abitanti”. Un dato fra i più bassi al mondo, frutto di un trend. “Per dare un’idea” spiega “nel 1991 si verificarono in Italia quasi duemila uccisioni”.

Eppure mi domando: se voi andaste in qualsiasi piazza, quartiere, mercato, ipermercato e chiedeste in giro se ci sono più omicidi oggi o venti anni fa cosa vi risponderebbe  la gente?
Vi direbbe che ce ne sono molti di più adesso, che i crimini sono in aumento a tutti i livelli, che non si può uscire di casa senza aver paura di essere rapinati, aggrediti o peggio. Ora la faccenda ha molte implicazioni\spiegazioni che qui non si possono tutte elencare. Secondo l’articolo del Corriere il punto è che i dati reali, quelli del Viminale, non piacciono “agli imprenditori della paura, che non sono solo l’estrema destra ma anche chi nella comunicazione produce a getto continuo mostri, allarmi gonfiati e catastrofi”.
Fermiamoci allora. Dei politici che speculano sulle paure per guadagnare voti non vale nemmeno la pena parlare qui. Il loro gioco è chiaro. Ma quello dei media è altrettanto evidente? Questa faccenda della “violenza percepita”, che conta di più di quella reale, altro non è che un prodotto della comunicazione. Se tu metti un delitto in apertura per un’intera settimana, la “percezione” viene dilatata in modo esponenziale.

L’altro giorno un sito di un giornale veneto apriva con una donna rapinata, l’ammontare totale del crimine era di 10 euro. Un operaio morto sul lavoro era cinque posti più sotto. E’ normale tutto ciò o voluto? Si lavora così per ottenere qualche click in più, qualche copia in più, un po’ di audience o semplicemente per far parlare di sé o perché lo fanno i concorrenti.
E torniamo alle malattie. Si parla tanto oggi di fake news. Ma quali sono le più pericolose? Quelle che generano una distorta rappresentazione della realtà, che si affermano perché non incontrano “anticorpi”, anzi producono un “senso comune” che prevale sulla verità delle cose. E’ esattamente quanto è avvenuto in questi anni nel sostanziale silenzio\inconsapevolezza di chi fa informazione. Nei convegni magari direttori\conduttori ti danno blandamente ragione, poi invocano “le leggi della cronaca” ( che sarebbero quelle del mercato, “dare alla gente ciò che vuole”) e tutto continua come prima. Con un ulteriore colpo alla credibilità del giornalismo.
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