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Catalogna e Madrid. Un pericoloso confronto fra nazionalismi

 

La crisi catalana continua a seguire il pericoloso sentiero imboccato il sette settembre. Col varo da parte del Parlament di Barcellona della Legge di Transitorietà, il testo che accompagna il distacco della Catalogna dalla Spagna passando per la celebrazione del “referendum” del primo ottobre, è partita la risposta del governo di Madrid. Una risposta dura. L’esecutivo si è subito rivolto al Tribunale costituzionale, che ha invalidato la legge catalana. Madrid ha quindi fatto scattare l’apparato repressivo, inviando la polizia catalana a sequestrare il materiale per il referendum – materiale informativo, urne, dieci milioni di schede elettorali, disponendo il sequestro e l’oscuramento di siti web che propagandavano o informavano sul referendum. Poi, Madrid ha commissariato le finanze catalane, con lo scopo dichiarato di controllare che il denaro pubblico non venisse utilizzato per la consultazione. Gli arresti, il venti settembre scorso, di quattordici dirigenti della Generalitat, membri del pool – rimessi in libertà dopo 48 ore – che per conto del vicepresidente Oriol Junqueras sovrintendevano all’organizzazione del referendum, hanno fatto scattare una forte reazione popolare, con proteste che durano tutt’ora, riaccendendosi in particolare la sera, con occupazioni permanenti di piazza, cortei e caceroladas (la protesta rumorosa fatta sbattendo le pentole, nata in Chile, utilizzata in Argentina e arrivata in Spagna con le proteste contro i silenzi del governo Aznar sulla matrice qaedista delle stragi di Madrid del 2004, a poche ore dal voto che incoronò a sorpresa José Luis Rodríguez Zapatero).

Il governo ha continuato l’opera di smantellamento del referendum e i tribunali hanno imposto multe di migliaia di euro al giorno ai dirigenti pubblici impegnati a vario titolo nella consultazione, alle quali la Generalitat ha risposto cessando dalle cariche gli intestatari dei provvedimenti. Madrid ha inoltre «commissariato» i Mossos de Esquadra, la polizia autonomica catalana, stringendo in questo modo il cerchio sulla regione – anche se, finora, malgrado l’acceso indipendentismo dei suoi vertici, il corpo aveva sempre attuato le disposizioni giudiziarie.

Sul piano formale la questione appare chiara. Un governo locale sfide le norme costituzionali e l’unità nazionale, il governo centrale si rivolge al Tribunale Costituzionale che sancisce l’illegalità degli atti e impone quindi il ritorno alla legalità. A questa si oppone la versione degli autonomisti, per la quale un popolo chiede l’autodeterminazione, le sue istituzioni producono un meccanismo democratico vincolante per la verifica e l’eventuale affermazione di questa libera volontà, un stato ostile produce una reazione nel segno della repressione autoritaria. Entrambe le versioni, però, non corrispondono al vero.

I due fronti inalberano la bandiera della difesa della democrazia per sostenere le proprie ragioni. Democratico è il processo che mette in piedi il meccanismo secessionista, democratica è la risposta del governo centrale. Nei fatti, come vedremo più avanti, entrambi attuano in spregio di essa, utilizzando strumentalmente o non osservando garanzie e norme poste alla tutela della rappresentanza e del libero gioco democratico. La Crisi catalana è il più grave sintomo della crisi che attraversa la Spagna. Un piano inclinato sul quale il paese è stato trascinato da due sistemi di potere in decadenza, quello catalano e quello del Partido popular, che hanno scelto la strada della radicalizzazione dello scontro nazionalista nella speranza di sopravvivere.

 

La crisi catalana è la crisi della Spagna

 

Per capire meglio il contesto in cui questa crisi si sviluppa, occorre guardare ai suoi protagonisti e, soprattutto, alle realtà politiche che rappresentano. In Spagna è arrivata dopo quella crisi che, da noi, ha cancellato dalla mappa i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Sono arrivati i partiti nuovi, Podemos, Ciudadanos e le formazioni che, soprattutto in Catalogna, Galizia e País Valenciano, sono al governo di diverse amministrazioni e sul piano nazionale sono alleate di Podemos. Ma i vecchi partiti, non travolti da un fenomeno palingenetico simile a quello della nostra «Mani pulite», persistono e lottano disperatamente per sopravvivere. E, all’appannamento dei riferimenti ideali del ‘900, hanno spesso tentato di rispondere recuperando prole d’ordine sovraniste e identitarie, riempiendo col nazionalismo i vuoti lasciati dalle ideologie.

Inoltre, siamo davanti a quella che appare come la fine di quel modello, la Spagna delle Autonomie, col quale la Transizione rispose, durante il difficile passaggio alla democrazia, al carattere plurinazionale dello stato spagnolo – che è cosa profondamente diversa dal multi regionalismo dell’Italia dei campanili, dei Comuni e delle città. Un modello che ha portato la Spagna nella modernità ma che è in una crisi profonda, di cui quella catalana è una delle più drammatiche e allarmanti manifestazioni. Su tutto, nel nuovo mondo multi polare, la crisi degli equilibri, e delle culture politiche e sociali, che hanno dominato il dopo guerra; e quella delle istituzioni e dei corpi intermedi che le hanno accompagnate e rappresentate, partiti, sindacati, chiese, in Spagna la Corona e, appunto, lo Stato delle Autonomie.

Il Partido popular è assediato dalle inchieste per corruzione – che svelano un trentennio di corruzione strutturale, accumulazione di fondi neri, distribuzioni clandestine di denaro per le campagne elettorali quando non nella forma di veri stipendi in nero, coinvolgendo tutti i suoi più alti vertici – costretto ai difficili equilibri di un governo di minoranza, con sul collo il fiato di Ciudadanos che si avvicina prendendone l’elettorato nelle inchieste nazionali e lo ha già sorpassato abbondantemente in quelle catalane. I popolari si sono orientati da tempo a prepararsi alla strategia dello scontro tra nazionalismi per sostenere e giustificare il suo ruolo pubblico e politico davanti alla crisi economica e dei valori neoliberisti di cui si ammantava. La mancanza di qualsivoglia tentativo di affrontare politicamente la vicenda catalana negli scorsi anni, con lo sguardo all’interesse generale, è stata evidente. Appaltare alle aule di giustizia e alle forze di polizia, quindi alla repressione, quella che sarebbe una responsabilità della politica, ovverosia aprire canali di dialogo e di composizione dei contrasti, è apparsa ai popolari lo sfondo migliore per garantire l’esistenza del partito, il superamento di questa fase.

Anche in Catalogna, il sistema che ha governato l’autonomia praticamente per tutta la democrazia – il cosiddetto catalanismo moderato – si trova in condizioni simili, pur essendo passato per scomposizioni e tentativi di rinnovamento. La vecchia alleanza tra Convergencia i Uniò è stata cancellata, in conseguenza alle perplessità della seconda sull’accelerazione indipendentista della prima. Convergencia è diventata il Partito democratico catalano (PDeCat) mentre Uniò, la componente cattolica del catalanismo moderato, si è dissolta nell’ultima prova elettorale.

Davanti alla crisi di istituzioni e partiti del ‘900, il catalanismo moderato, anch’esso assediato dalle inchieste che disvelano decenni di corruzione istituzionalizzata, ha sacrificato se stesso, negando quarant’anni di strategia consistente nell’appoggiare gli esecutivi di Madrid in cambio di maggiori concessioni finanziarie, fiscali e politiche, scegliendo la strada indipendentista, mai praticata prima e anzi fortemente combattuta. Per restare al governo il catalanismo ha creato un nuovo mito politico, El Procés – Il Processo costituente, non l’indipendenza ma il suo arrivarci – e costruito a questo scopo una innaturale maggioranza di governo tra la coalizione di Junts pel Sí,​ composta da PDeCat e Erc, e dalla lista indipendentista anticapitalista della Cup, la Candidatura d’Unitat Popular. Una maggioranza il cui unico collante è l’escalation indipendentista, la necessità di prendere tempo, chi per resistere, chi per consolidarsi e conquistare il dominio o chi, come nella strategia della Cup, per portare alle estremo le contraddizioni insite nel Procés. Nella ipotesi, straordinariamente lungimirante e contemporanea, di arrivare a una «Repubblica popolare catalana».

Due sistemi di potere in decadenza che hanno scelto la strada della radicalizzazione dello scontro nella speranza di sopravvivere. Ma se il Pp è inseguito da Ciudadanos, il PDeCat si prepara a soccombere all’attacco di Esquerra republicana (Erc) che lavora per sostituirlo nel ruolo di partito dominus dell’Autonomia – come i sondaggi prospettano configurando un sorpasso col doppio dei voti rispetto al PDeCat. Partiti che giocano pericolosamente con la democrazia, riuscendo a imporre la loro agenda alle altre forze politiche. Sia Il Psoe che Podemos, infatti, stentano a imporre una loro bussola.

I socialisti – che rispetto ai popolari vivono nella loro pelle le modalità della crisi di una Spagna che, più del Pp, hanno rappresentato [https://medium.com/@CoseIberiche/la-crisi-del-psoe-%C3%A8-anche-crisi-della-spagna-f1691332f928] – lacerati tra il riferimento e la riduzione della Spagna alla sua componente castigliano-andalusa e una visione più plurale, riescono appena a differenziarsi. Schiacciati dal richiamo legalitario del governo approvano l’applicazione di leggi che hanno duramente contrastato in Parlamento definendole «liberticide», riuscendo appena a richiamare, inascoltati, il governo alla responsabilità di aprire un canale politico di confronto. Pedro Sánchez non trova il coraggio, né la forza, almeno per adesso, di prendere l’iniziativa, per esempio proponendo una riforma federalista, che potrebbe costituire una risposta e che fa parte della storia dei socialisti spagnoli che la sacrificarono sull’altare della difficile costruzione della democrazia e della Costituzione del ‘78.

Dal canto loro, Podemos e le liste alleate, in Catalogna, Galizia e País Valenciano come a Madrid al governo in diverse amministrazioni, anche con i socialisti, sembrano subire la radicalizzazione dello scontro. Sfavorevoli all’indipendenza ma non a una consultazione, in ossequio allo slogan del «Diritto al decidere», dimenticano la richiesta di un «referendum con garanzie» e reagiscono alla torsione autoritaria di Madrid guardando alla questione democratica come preminente, dimenticando quella esistente, e da loro sollevata, nelle modalità con le quali si è arrivati alla consultazione. Tanto che la sindaca di Barcellona, Ada Colau, aveva guidato un fronte di comuni catalani che negavano le loro strutture alla consultazione, perché illegale e, appunto, senza garanzie di controllo democratico. Podemos dunque, da una parte difende la consultazione come strumento democratico e dall’altro rifiuta ogni secessione unilaterale. Mentre più rigide nell’ostilità al processo indipendentista sembrano delinearsi le posizioni della sinistra comunista ed ex e dei sindacati, che più di altri sono sensibili alle caratteristiche reazionarie e, negli esiti, più naturalmente contrarie agli interessi dei lavoratori proprie dei nazionalismi, anche se compositi e praticati da sinistra come quello catalano.

 

La democrazia evocata, quella negata, il sistema delle garanzie

 

Come dicevamo, entrambe le parti si richiamano alla democrazia per giustificare i loro atti. Il governo catalano dice che difende il diritto all’autodeterminazione e alla libera espressione democratica dei cittadini, quello di Madrid agisce nella difesa della Costituzione, testo fondante della democrazia spagnola. Una questione di democrazia, dunque, che entrambi però, abbiamo affermato, negano nelle loro prassi attuative. Non entriamo qui nel delicato terreno della legittimità legale o costituzionale dei provvedimenti, le cui competenze non ci appartengono, ma ci limitiamo a guardare agli atti politici che li hanno generati, alla sostanza politica della democrazia realmente praticata che esprimono.

Il governo di Madrid poggia tutta la sua azione sulla legittimità sancita dal Tribunale Costituzionale. Ma occorre sapere che la Corte non è più quella sancita dalla Costituzione del ’78. E che il suo ruolo e le sue funzioni sono state profondamente mutate dal governo Rajoy nel 2015.

La Costituzione spagnola è un testo «flessibile», come si dice in termini giuridici, ovverosia che può essere modificato attraverso normali e consueti passaggi parlamentari. Un testo preminente ma non poi così diverso dalle leggi ordinarie. Così, il primo governo Rajoy, forte della maggioranza assoluta ottenuta nelle elezioni del 2011, poco prima della fine della legislatura, modificò profondamente ruolo e funzioni della Corte che, come gli omologhi organismi europei, si limitava a determinare se un testo o una deliberazione di legge aderisse o meno al dettato costituzionale.

L’istituzione fu investita di nuovi poteri – come la sospensione dalle funzioni senza processo di autorità e funzionari pubblici o la possibilità di adottare senza sentire le parti le misure necessarie per assicurare il compimento delle disposizioni che sospendono deliberazioni, atti, attività e funzioni. La funzione dell’istituto e il suo ruolo di strumento di garanzia venivano profondamente mutati. Il tutto avvenne con una riforma legislativa urgente presentata dal solo Pp, che limitò il dibattito parlamentare, cancellò gli emendamenti presentati dalle altre forze politiche e impedì il vaglio del Consiglio di Stato.

«Francisco Rubio Llorente (per dodici anni membro della Corte, di cui tre come vice presidente), che aveva capito bene l’obiettivo della riforma del Pp, descrisse come «Un giorno di lutto» quello del varo della riforma. La definì «di dubbia utilità per frenare l’indipendentismo catalano», mentre era «certo che avrebbe buttato addosso al Costituzionale un peso politico che finirà per schiacciarlo» [http://ctxt.es/es/20150902/Politica/2075/Rubio-Llorente-reforma-constitucional-Catalunya-PP-Constitucion-Sol-Gallego-Diaz.htm].

Anche così il governo di Madrid avrebbe potuto gestire molto diversamente la questione, aprendo un canale di dialogo che avrebbe probabilmente disinnescato gran parte del vittimismo che ha rafforzato gli indipendentisti, aprendo delle contraddizioni nella loro area. Ha scelto invece, pervicacemente, la ricerca dello scontro.

L’uso degli apparati di sicurezza per creare dossier contro i leader prima di Podemos poi degli indipendentisti catalani, uno scandalo che coinvolge il ministero dell’Interno venuto alla luce grazie a una filtrazione alla stampa [http://www.publico.es/politica/fernandez-diaz-conspiro-jefe-oficina.html] di registrazioni ambientali di provenienza certamente collocata negli stessi apparati di sicurezza. Senza minimamente voler far nostra la logica del «Sì ma il governo è antidemocratico e eversivo», ci limitiamo a sottolineare come questi gravi episodi non contribuiscono ad aumentare l’autorevolezza e la fiducia nell’operato degli apparati di sicurezza dell’esecutivo Rajoy.

Dal canto suo – e lasciando da parte la forzatura del ritenere il 47,5 per cento ottenuto alle elezioni autononomiche come una «legittimazione democratica» del processo di secessione – la maggioranza che governa la Catalogna, in occasione del varo della Legge di Transitorietà ha agito in maniera straordinariamente simile a come il governo di Rajoy fece con la sua riforma del Costituzionale. La maggioranza disprezzo i diritti degli altri gruppi e le regole dell’Assemblea, giungendo a negare con la forza dei voti finanche lo svolgimento della Sessione di controllo, massima garanzia delle opposizioni e delle minoranze parlamentari. Anche qui, grazie alle ambiguità dei testi fondamentali, dallo Statuto catalano (una sorta di Costituzione autonomica) ai regolamenti dell’Aula, che prevedono l’istituto ma non specificano cosa fare nel caso in cui questo venga negato.

 

Il piano inclinato e il ruolo della stampa

La protervia dei contendenti spaventa soprattutto per quella sensazione di improvvisazione che accompagna le gravi decisioni sia di Madrid che di Barcellona. Quel piano inclinato che, incurante dei rischi, fa scivolare verso lo scontro intestino la democrazia spagnola.

Quanto finora detto ci parla di una democrazia indebolita dall’agire delle sue componenti, di politica e istituzioni incapaci di guardare all’interesse generale. Una debolezza che non esclude la stampa.

Preda della sua crisi – tecnologica, economica, di ruolo e funzione sociale – il sistema informativo spagnolo è profondamente mutato negli ultimi anni. Articolo 21 ha seguito le convulsioni [https://www.articolo21.org/2012/10/giornalismo-spagnolo-tra-licenziamenti-prepensionamenti-e-riduzioni-salariali/] del quotidiano di riferimento della democrazia spagnola, El País, che, colpito da una enorme crisi debitoria conseguente a errate strategie editoriali, ha cambiato proprietà, mantenendo la vecchia nei posti apicali, abbandonando una linea editoriale, già non più progressista e divenuta ormai decisamente liberale che manteneva però una pluralità di voci. In un traumatico processo di ristrutturazione [https://www.articolo21.org/2012/11/terremoto-nelleditoria-spagnola/], il quotidiano si è spostato verso posizioni sempre più prossime al governo Rajoy, e al Pp come garante di un sistema economico e imprenditoriale dominante – del quale si proponeva come giornale di riferimento – come pure al Psoe, nel suo percorso di allontanamento dal campo socialdemocratico e di attenzione alle questioni sociali. Fino ai pesantissimi attacchi mossi a Pedro Sánchez e al ruolo attivo ricoperto durante la crisi che portò alla sua defenestrazione [https://medium.com/@CoseIberiche/guerra-termonucleare-globale-nel-psoe-dcd6bbd9d311] nel suo primo mandato come segretario del Psoe.

Ma è tutta l’informazione spagnola, oggi, a stentare a adempiere al suo ruolo, legata a doppio filo a interessi politici ed economici. Sul piano nazionale, non tanto ai partiti quanto alle imprese dell’Ibex 35, l’indice della Borsa di Madrid dei trentacinque titoli spagnoli a maggiore capitalizzazione, che sempre più prescindono dall’intermediazione politica nella cura dei loro interessi. Mentre la dipendenza dalla politica permane a livello locale, stante la grande quota di finanziamento pubblico diretto e indiretto da parte delle amministrazioni autonomiche, in particolare nel circuito radiotelevisivo, che costituiscono un’indispensabile ciambella di salvataggio per testate giornalistiche che fronteggiano un’epocale crisi dell’editoria. È la Prensa oficialista, che si fa strumento dello scontro, al lato del potere amministrativo il cui apporto economico è indispensabile alla sua sopravvivenza.

Così abbiamo visto il giornale di riferimento della democrazia spagnola invocare il pugno di ferro, sottolineare le, tante, manifestazioni di vittimismo, strumentalità, falsificazione e torsione del processo democratico da parte della Generalitat catalana e dell’indipendentismo, e guardare dall’altra parte mentre il governo varava le sue riforme per spalleggiarlo, per spalleggiarlo apertamente nella scelta di delegare a polizia e magistratura le responsabilità proprie della politica e dell’esecutivo. Giornali e televisioni non hanno fatto altro che esacerbare il conflitto, elevare l’allarme, applicandosi con colpevole leggerezza nella costruzione dell’inevitabilità dello scontro. Sui due fronti si è fatto a gara nell’elevare la tensione, irresponsabilmente assecondando una politica irresponsabile. Buon esempio della temperie del dibattito pubblico, di questo compiacimento nella ricerca del redde rationem, è l’intervista concessa al Corriere della Sera dal filosofo basco Fernando Savater, dove afferma che «L’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia, perché ciò che fanno è incompatibile con la democrazia. Bisogna portarli in tribunale e in carcere perché non si ripeta più».

Ci sono state poche eccezioni nella «grande» stampa. Pochissime nella Prensa concertada, la stampa sovvenzionata dalle istituzioni. Ma c’è un vivace panorama di giornalismo on-line, che rivendica i criteri della deontologia professionale e riflette sul suo ruolo e le sue responsabilità. È spesso di sinistra ma non esclusivamente, non finge equidistanza e esplicita le sue posizioni ma riporta e fa esprimere una pluralità di voci utile al confronto. E, soprattutto, un giornalismo le cui convinzioni non fanno velo alla comprensione del rischio a cui il paese si sta esponendo.

El Diario [http://www.eldiario.es/], Contexto [http://ctxt.es/], InfoLibre [https://www.infolibre.es/], Público [http://www.publico.es/], sono alcune delle testate che, con differenti progetti e formule editoriali, sempre vertenti sulla qualità del lavoro giornalistico, presidiano il pluralismo nel conformista panorama giornalistico spagnolo. Anche se sono fuscelli rispetto alle corazzate oficialistas, sono il prodotto della riflessione che giornalisti, con esperienze e formazioni diverse e autorevoli, hanno fatto sulla crisi e sui mutamenti del mondo dell’informazione; decidendo di costruire progetti nuovi in cui investire la loro esperienza professionale e il ragionamento critico sul sistema dell’informazione. In un panorama politico-sociale vivace come quello spagnolo, costituiscono una rete di circolazione di idee e notizie a cui molti si rivolgono e che in un certo senso rendono più «solidi» almeno alcuni luoghi del dibattito pubblico.

 

Cosa succederà adesso? I primi (sani) sintomi di paura e la ricerca di una via d’uscita

 Comunque la si pensi, la cosa va male, e può mettersi anche peggio. La tensione può sfuggire di mano. Se da un lato pare essere in atto una certa smobilitazione dall’alto, un alleggerimento della presenza indipendentista nelle piazze, come delle provocazioni verso la Guardia civil, sembra rafforzarsi quella dei centralisti. Le concentrazioni di segno opposto cominciano a avere i primi contatti e si registrano i primi episodi di intimidazione e provocazione, come l’intimidazione di ultranazionalisti spagnoli, con la presenza di dirigenti del Pp locale, a una iniziativa per il dialogo politico organizzata da Podemos a Saragozza [http://www.publico.es/politica/dirigente-pp-zaragoza-participo-protesta-ilegal-ultras-unidos.html]. Non rassicurano neanche le manifestazioni che accompagnano la partenza della Guardia Civil per Barcellona, come fossero truppe in partenza per la guerra [http://www.lavanguardia.com/politica/20170925/431560081795/guardia-civil-catalunya-referendum-1o.html]. Basta un incidente, un atto di violenza incontrollata, da parte delle forze dell’ordine e o di qualche ultras delle fazioni estreme, e la situazione potrebbe degenerare. Il Procuratore nazionale, José Manuel Maza, mentre incarica i Mossos di identificare chi si presentasse ai seggi domenica prossima, rilascia dichiarazioni in cui afferma che «La procura è convinta che Carles Puidgemont, il presidente della Generalitat, stia incorrendo nel delitto di disobbedienza» e che l’ipotesi di un arresto è «Una possibilità che resta aperta». Come non si scarta ancora che il governo richieda l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione – che prevede, nel caso in cui un governo autonomo non applichi norme costituzionali o leggi dello Stato, che il governo possa, con l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, «adottare le misure necessarie per obbligarlo al compimento forzoso di dette obbligazioni o per la protezione dell’interesse generale». Anche se, rispetto all’uso eccessivo della forza o della Costituzione, il Partido nacionalista vasco ha avvisato Rajoy che comporterebbe il ritiro dell’indispensabile appoggio del gruppo parlamentare al varo della legge di Bilancio, cioè la fine del governo di minoranza del Pp.

Cosa succederà è difficile dirlo. Allo stato, l’obiettivo del governo di impedire il referendum sembra centrato. Se già erano carenti le garanzie che rendono tale una consultazione popolare democratica, l’azione repressiva chiude ogni possibilità che venga tenuta. La Generalitat pubblica le liste degli aventi diritto al voto, la base elettorale, per far vedere che il meccanismo prosegue ma si tratta di liste non aggiornate, probabilmente riferite a prima dell’estate, che non comprendono tutto l’abituale censo catalano. Il referendum è irrimediabilmente compromesso, si terrà forse una consultazione non fisica, una consultazione sul web, o l’appuntamento verrà cancellato dai suoi promotori?

È quello che molti sperano, per evitare che la situazione precipiti ulteriormente. La paura comincia infatti a serpeggiare, anche negli ambienti catalanisti che hanno promosso e accompagnato il Procés, il percorso che avrebbe portato la Catalogna verso l’inevitabile indipendenza. Un timore ben rappresentato da La Vanguardia, la storica testata catalana. Se, appena lo scorso luglio, interrompeva la collaborazione trentennale col giornalista e scrittore Gregorio Morán [http://www.elmundo.es/television/2017/08/31/59a6ff1f46163f776b8b463f.html], reo di essere fortemente critico contro il processo indipendentista, negli editoriali a firma del direttore degli ultimi giorni esprime tutta la preoccupazione per i rischi di un meccanismo che rischia in ogni momento di uscire fuori controllo.

Una preoccupazione che tocca anche il vertice imprenditoriale spagnolo e catalano, come testimonia la riunione organizzata dal presidente di Telefónica, José María Álvarez-Pallete, coi suoi omologhi di Banco Santander, BBVA, CaixaBank, Inditex e Mercadona. Le cinque prime imprese dell’Ibex 35 e la prima impresa alimentare spagnola si sono riunite per discutere le possibili conseguenze e gli sviluppi della crisi catalana. Questi organismi ufficiosi non godono di buona fama, dopo l’esperienza del Consiglio imprenditoriale per la competitività, organismo che riuniva le prime 15 imprese dell’Ibex. Nato per appoggiare in sede internazionale la Spagna durante la trattativa con l’Ue per il riscatto delle banche spagnole, e per tranquillizzare gli investitori stranieri, la credibilità del Consiglio era stata messa in discussione dal ruolo attivo tenuto nella dura resa dei conti nel Psoe che portò alla defenestrazione di Pedro Sánchez, da questi pubblicamente denunciato [https://vimeo.com/189556590]. Il discredito conseguente, che si aggiungeva alla cattiva fama di aver favorito gli interessi delle banche la cui cattiva gestione le aveva fatte cadere vittime della crisi dei valori immobiliari che gonfiavano i loro bilanci, aveva portato il Consiglio allo scioglimento.

Sperando che non accada l’irreparabile, prima o durante il primo ottobre, data di celebrazione del referendum che non è più, bisognerà pensare al dopo. La cessazione dagli incarichi dei dirigenti catalani da parte della Generalitat, per salvarli dalle alte pene pecuniarie erogate, se da un lato mette la parola fine al referendum, essendo vacanti le figure di garanzia che la stessa Legge di transitorietà aveva sancito – che se sarà, sarà un’altra cosa, una consultazione, forse virtuale, un atto simbolico, si spera senza violenze – offre una via d’uscita. Un possibile annullamento della consultazione per materiale impossibilità regolamentare. La strada successiva sarebbe probabilmente l’indizione delle elezioni catalane, col governo della Generalitat che farà del voto, di nuovo, un referendum surrettizio sull’autonomia. Mentre si aprirà per forza una discussione sulla necessità, in tempi rapidi, di una riforma. E al dopo sembrano già pensare tutti. Il Psoe di Sánchez, che prova a costruire una convergenza sulla necessità di una riforma condivisa. Podemos e le liste alleate che devono recuperare autonomia. Il governo Rajoy, che potrebbe decidere di aprire per garantirsi una maggiore tranquillità in Parlamento. O scegliere di cercare di nuovo la maggioranza assoluta, puntando a elezioni sulla quale giocarsi, soprattutto nei confronti di Ciudadanos, il ruolo di fustigatore del secessionismo catalano, per capitalizzare in seggi la sua azione.

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