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Burundi: Iwacu, gli eroi dell’informazione che sfidano il potere

 
[Traduzione a cura di Davide Galati dell’articolo inviatoci da Antoine Kaburahe].

È la mattina del 14 maggio 2015, il Burundi si sveglia sotto un doppio choc. Innanzitutto, nel corso della notte ha avuto luogo un tentativo di colpo di Stato. Questo viene quindi seguito da una dura repressione. Successivamente, sulla scia del fallito golpe, cinque tra i principali media indipendenti vengono distrutti: Télé Renaissance, radio Télé REMA, la radio Publique Africaine, radio Bonesha e radio Isanganiro.

Questi media sarebbero stati messi a tacere per aver “consentito ai golpisti di esprimersi”. Ma il potere ha sempre negato la sua responsabilità per questi attacchi.

Comunque sia, anche in passato il potere in Burundi ha sempre avuto rapporti difficili con i media indipendenti. Sì, è vero, la stampa privata del Burundi non è stata sempre impeccabile. Abbiamo assistito a errori, peccati di gioventù, qualche volta abbiamo assistito a comportamenti al di fuori della deontologia professionale. Ma, qualunque sia il giudizio nei loro confronti, i media contribuiscono al dibattito democratico. Inoltre, quali che siano i loro “peccati”, le radio burundesi non meritavano questo attacco.

Iwacu è sfuggito alla distruzione. È stato un miracolo. Ma, terrorizzati, abbiamo deciso di interrompere la pubblicazione della testata per qualche tempo. Abbiamo sospeso la pagina web, ma dopo alcune settimane di silenzio, timidamente, abbiamo ripreso il nostro lavoro.

Eppure nulla sarà più come prima.  Da allora ci sentiamo vulnerabili, e soli. Molti dei nostri colleghi hanno preso la via dell’esilio. Ad oggi, più di un centinaio di giornalisti si sono rifugiati all’estero.

In realtà, il Burundi ha sperimentato una terribile regressione. In ventiquattro ore, abbiamo perso quel pluralismo dei media del quale eravamo così orgogliosi e che in Africa ci veniva invidiato. Per informarsi, la gente non aveva bisogno di stazioni radio estere come RFI, BBC, ecc. I Burundesi erano orgogliosi di ascoltare le stazioni radio locali, molto dinamiche.

Da oltre due anni, il Burundi vive in crisi. Ci sono stati molti arresti, violazioni dei diritti umani, casi di torture, uccisioni. Centinaia di migliaia di nostri concittadini hanno preso la via dell’esilio. Il Burundi è cambiato. Il potere è diventato nervoso, autoritario.

A Iwacu lavoriamo in condizioni difficili. I giornalisti che sono rimasti cercano coraggiosamente di svolgere il proprio lavoro. E mi sento di rendere omaggio anche agli altri colleghi in esilio che stanno cercando di continuare a informare attraverso i social come WhatsApp, Twitter, Facebook …

Il giornalista, per ben comprendere quello che accade e rendere conto ai suoi lettori dovrebbe essere senz’altro presente sul territorio, “embedded” nella realtà. Ma ci troviamo in una situazione eccezionale, e per il momento bisogna tentare di fare informazione con tutti i mezzi possibili.

Oggi, lavorare come giornalista in Burundi è molto difficile. La popolazione ha paura e difficilmente dice la sua. Se devono fare un reportage da qualche area del Paese, spesso i giornalisti devono annunciarsi alle autorità locali prima di provare a svolgere il proprio lavoro a loro rischio e pericolo.

La situazione è molto difficile anche dal punto di vista finanziario. Iwacu, per esempio, ha perso la gran parte degli introiti pubblicitari. Con la crisi economica, restano pochissimi inserzionisti. Attualmente, non possiamo che contare su forme di sostegno volontarie.

Iwacu ha inoltre subito un duro colpo: la perdita di un collega. Nel luglio 2016, Jean Bigirimana, nostro collega, è stato arrestato.  Ad oggi, non abbiamo ricevuto alcuna notizia su di lui.
In Europa, alle conferenze, sui media, cerco sempre di sostenere la causa dei miei colleghi, di parlare di chi continua a recarsi ogni giorno al lavoro nella paura, senza certezza che anche quel giorno riuscirà a rientrare a casa. La scomparsa di Jean Bigirimana è sempre nella mente di tutti. Ho paura per loro, ma mi rispondono che hanno il dovere di continuare. “Per diffondere informazioni così come si adempie a una missione.”Cinque mesi dopo il tentato putsch, nel novembre 2015, sono stato accusato di “complicità nel colpo di Stato.” Sono riuscito a lasciare il Paese, in extremis e da allora vivo all’estero, in Belgio.

Dunque non dimenticate Iwacu e i suoi giornalisti, così coraggiosi. Per me, i miei colleghi in Burundi sono dei veri eroi dell’informazione.

[Antoine Kaburahe è fondatore e direttore del settimanale Iwacu, l’unico media indipendente di informazioni di carattere generale che non sia stato distrutto nel maggio 2015 a Bujumbura. La testata ha continuato le pubblicazioni in condizioni estremamente difficili. Antoine è in esilio in Belgio dall’ottobre 2015, dopo essere stato più volte convocato dalla giustizia del Burundi. Dirige quindi a distanza la rivista e incoraggia i suoi colleghi a lavorare nonostante il contesto molto pericoloso.]

Da vociglobali

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