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Andrea Marcolongo: la lingua geniale, 9 ragioni per amare il greco

 

Andrea Marcolongo è una ragazza, ma porta un nome proprio che in Italia è di genere maschile. Un segno di distinzione ma anche di disagio e di innumerevoli equivoci (persino per il codice fiscale), ai quali lei si è facilmente abituata, anzi affezionata. Grazie anche ai lunghi soggiorni all’estero dove Andrea è un nome femminile o privo di sesso, sebbene provenga direttamente dal greco – anèr/andròs – con cui si indica appunto la persona di genere maschile.

Nelle immagini che circolano sulla rete la fanciulla nata a Milano nel 1987 appare  molto femminile e anche decisamente carina, nel fiore dei trent’anni, l’età più bella. E’ lei che ha inserito nei discorsi di Matteo Renzi una figura metaforica che ha avuto fortuna, la “generazione Telemaco” (Telemaco era il figlio di Ulisse), per indicare i figli in cerca di un padre che non c’è, non si trova, non torna mai; e nell’attesa non riescono a prenderne  il posto, ad assumerne il ruolo, rimanendo eterni adolescenti. Un’acuta interpretazione della nostra epoca ‘liquida’ anche nella progenie, già affrontata in un bel libro di Massimo Recalcati “Il complesso di Telemaco”.

La nostra Andrea era una speech writer dell’ex Presidente del Consiglio, vale a dire la sua addetta ai discorsi. Non remunerata. Una delle ragioni che l’hanno indotta a lasciare l’incarico, insieme a divergenze più profonde: «Eravamo tutti così, viaggi a Roma e lavori mai pagati. So di persone che si sono indebitate e sono andate dallo psicologo perché distrutti dalle promesse». Condizione comune all’intero elettorato italiano, che suppongo non avrebbe difficoltà a riconoscersi in quella eloquente foto di gruppo.

La disoccupazione di Andrea dunque non ci dispiace, perché se Renzi ha rinunciato a cuor leggero a una collaboratrice luminosa, noi abbiamo guadagnato una scrittrice finalmente libera di dedicarsi a  ciò che più le piace e di travolgerci con la sua esuberanza comunicativa. Ed ecco così in libreria a sua firma, edito da Laterza, “La lingua geniale”, un testo tutt’altro che scolastico capace di introdurci con deliziosa autorevolezza alle “9 ragioni per amare il greco”. Un libro appassionante, tanto quanto la passione che vi profonde l’autrice, vera alunna di Minerva, avvenente d’aspetto e dal cervello muscoloso.

L’ultimo capitolo del volume, dedicato alla koinè diálektos, cioè alla lingua ormai contaminata dell’età alessandrina, possiede una compostezza accademica, da cui deduco che il libro prenda avvio dalla tesi di laurea. Ben diversa infatti è la narrazione saltellante, rapsodica, delle altre sezioni, nelle quali l’autrice prima ancora di introdurre il lettore alla bellezza della lingua ellenica, lo sospinge ad entrare nei meccanismi mentali di un popolo straordinario che ha letteralmente creato la civiltà occidentale.  Uno scenario di cultura da lasciare incantati e che la Marcolongo ci spalanca davanti agli nostri con affascinante disinvoltura.

Gli ex studenti di liceo classico, se hanno conservato una memoria sia pur vaga del greco antico, troveranno nel testo tutto ciò che non sono riusciti ad apprendere a scuola. E chi non ha mai studiato il greco coglierà l’occasione unica, non pedante, non manualistica, per addentrarsi in un universo concettuale che, dopo migliaia di anni, presiede ancora alla nostra evoluzione: dall’arte alla filosofia, dai miti alla religione, dall’architettura alla matematica, dall’oratoria alla retorica; e naturalmente alla lingua, se è vero che quasi tutte le lingue europee “utilizzano termini greci per esprimere concetti astratti, e persino inediti. A partire dai vocaboli di origine ellenistica come telefono, microfono, televisione”.

Un idioma oggi impronunciabile che l’autrice chiama «Il silenzio del greco antico»: “Non avremo mai certezza di come venisse pronunciata una parola greca. I suoni del greco sono per sempre scomparsi insieme ai suoi parlanti. Possediamo i testi della letteratura, li possiamo leggere, studiare, ma non pronunciare. Sono arrivati a noi muti. Anzi zittiti, senza voce”. Non ne conosciamo i suoni, gli accenti (ad-cantus), l’intonazione musicale, la prosodia, il ritmo, le pause, i silenzi, i segni di interpunzione; e tuttavia il greco è tutt’ora vivo e vegeto nell’eloquio quotidiano di gran parte delle lingue di derivazione indoeuropea; quelle romanze o neolatine, tutto il vasto gruppo germanico, e il ceppo indoiranico con il sanscrito, il vedico, il persiano, l’urdu. La diffusione stessa del cristianesimo fu affidata ai vangeli scritti nel greco popolare della decadenza, che dallo sterminato impero di Alessandro Magno si era trasfuso nell’Impero Romano.

Una lingua ingegnosa e poetica che accanto ai ‘numeri’ singolare e plurale, prevedeva anche il duale, relativo a qualsiasi accoppiata indisgiungibile, gli occhi, le orecchie, la mani, e pertanto anche la coppia umana: «noi due». “Uno più uno uguale uno formato da due”, afferma divertita la scrittrice. “Cavalli che tirano lo stesso carro, fratelli gemelli, sposi”.

Basti riflettere al mito delle due metà descritto nel “Simposio” di Platone nel V sec a.C: un tempo l’uomo e la donna erano una cosa sola, perfetti e bellissimi; ma Zeus, invidioso, li divise in due e li destinò a cercarsi per tutta la vita. Solo incontrandosi avrebbero ritrovato l’antica completezza perduta. Del resto la stessa parola “sesso” rinvia nella sua etimologia a tale archetipo, dal latino sectus, separato, (in greco tèkos o exis), concetto legato alla ‘dipolarizzazione’ femmina-maschio, che in Oriente prende il nome di yin e yang.

Il greco, ci spiega Andrea, è una lingua che al “quando” sostituisce il “come”. Un concetto su cui non si stanca di insistere perché autentico cardine del pensiero ellenico; i modi verbali (indicativo, congiuntivo ecc) e i tempi (presente, passato, futuro ) riguardavano non l’indicazione di tempo ma la sua condizione, che l’autrice chiama «aspetto»: “Un modo di pensare che divideva gli eventi del mondo e della vita tra compiuti e incompiuti (perfecta o infecta). Il tempo non esiste, esiste la fine da ogni inizio e l’inizio da ogni fine”. Il tempo viene percepito e valutato da chi parla, o scrive, o pensa, senza alcuna meccanica associazione di  causa effetto. Mettendo così in crisi le nostre povere nozioni ginnasiali, e la certezza infondata per esempio che il famoso ‘aoristo’ fosse un equivalente del passato remoto. In greco antico l’aoristos kronos  indica il tempo indefinito: “Proprio questo significa aoristo: senza limiti, senza inizio né fine. L’azione puntuale e irripetibile, astratta da ogni tempo”. Analogamente non esiste il futuro, che è tutt’al più un avvenire ‘sperabile’. E si esprime per mezzo dell’ottativo, che non è affatto il nostro condizionale, bensì un futuro che esiste soltanto nelle intenzioni e nella volontà di chi lo usa. “Il tempo del desiderio più che della possibilità”, la quale casomai è affidata al congiuntivo (volesse il Cielo!).

Non so se la bella studiosa prenderebbe per buona questa mia semplificazione; ma ammetto che con una professoressa come lei, in molti saremmo diventati grecisti convinti, docilmente conquistati dalle sue amabili verità. Che sono le nostre fondamenta, perché il greco, alla base della conoscenza, comporta nell’individuo un salto di qualità. Individuare nel nostro interlocutore un ex studente di liceo classico è un gioco da bambini per chi ha seduto tra quei banchi; l’impronta è immediatamente ravvisabile nella capacità di esprimersi e, prima ancora, nella capacità di organizzare la traduzione del pensiero in espressione.

“Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario della realtà. L’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco”. La citazione che l’autrice ci mette sotto gli occhi è tratta da Marguerite Yourcenar, la scrittrice di “Le memorie di Adriano”, uno dei più bei libri che siano apparsi su questa terra.

Il greco potrebbe essere definito un secondo abito (mentale) per chi ha avuto la fortuna di studiarlo a scuola, una “applicazione” in grado di dischiudere le porte di ogni sapere, umanistico o scientifico senza distinzione. «Apre la mente», si è sempre detto del greco antico. “Ed è vero – ribadisce l’autrice – la spalanca verso l’età adulta. Anche se non la si è amata sui banchi di scuola, questa lingua resterà sempre nostra, dentro di noi, e tenderà a riaffiorare in superficie in modi e situazioni inaspettate e folgoranti”.

Il testo di Andrea Marcolongo è anche disseminato di finestre ‘a tema’, ricolme di curiosità: Il tabù linguistico; I colori dei Greci; La poesia, il vino greco; Le onomatopee… Vi si apprende di tutto. Lo sapevate per esempio che Isidoro di Siviglia (560-636) ha raccolto l’intero scibile umano nelle “Etimologie”? La sua opera può essere considerata la prima enciclopedia della storia, e sarebbe antesignana del web in quanto l’indice ordinato degli argomenti costituisce il primo “database” apparso sulla Terra. E’ per tale ragione che Papa Giovanni Paolo II ha designato San Isidoro di Siviglia patrono di Internet e di chi vi opera. Adesso sappiamo a chi raccomandarci.

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