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Se non vogliamo che siano i giudici a decidere la politica

 

Le contraddizioni attribuite ai Cinque Stelle non soltanto sulla collocazione, a destra o a sinistra, nello schieramento parlamentare ma anche e soprattutto sulla flessibile   democrazia interna del movimento hanno riacceso, col caso Genova,  il dibattito su quale sia il “metodo democratico” con cui l’articolo 49 della Costituzione prevede da 69 anni che si  svolga l’attività dei partiti. Che questi ultimi siano poco interessati ad una legge che li disciplini non ha più bisogno di essere dimostrato e non sarà certo quello che si definisce un “non partito” a richiederla. Tuttavia, come ha risposto ieri a Liana Milella della Repubblica l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, “lasciare le regole interne delle forze politiche e la loro osservanza alle norme del codice civile sulle associazioni e sulle società” comporta che “alla fine possono essere chiamati i giudici a dirimere conflitti nati da motivi politici”. Con notevoli conseguenze sulla vita delle comunità se è vero che in casi come questo i Cinque Stelle, qualora la decisione dei giudici diventasse definitiva, sarebbero  costretti  a scegliere tra il rispetto della sentenza e il ritiro dalla competizione elettorale.

D’altra parte anche una legge quadro che si limitasse, come prospetta Onida, a “garantire il rispetto dei principi fondamentali di democrazia interna”,  dovrebbe pur precisare qualcosa sul modo di gestire passaggi decisivi come le cosiddette “primarie aperte” per la leadership. Ad esempio sul fatto che un impegno generico, quanto di fatto gratuito e difficilmente verificabile, a sostenere il partito permetta oggi di designare col voto il suo gruppo dirigente. Ciò che è avvenuto per il Pd nel dicembre 2013 e potrà ancora avvenire il 30 aprile prossimo. Con il rischio di infiltrazioni da parte di elettori critici o addirittura avversari, interessati comunque a determinarne l’orientamento. Se non ponesse un limite almeno a questo, a che servirebbe una legge sui partiti?

Lasciamo allora da parte il problema giuridico e proviamo a chiarirci le idee su come promuovere e organizzare una vera democrazia all’interno delle forze politiche, che si tratti di partiti o di movimenti. Nel conflitto – non solo inevitabile ma auspicabile – che può verificarsi di fronte ad ogni scelta politica, che l’opinione di ogni iscritto o militante abbia lo stesso peso e “uno valga uno” non accade neppure tra i grillini. Ed è giusto che sia così. Ma la competenza, le idee e le proposte di ciascuno devono avere la possibilità di farsi valere ad ogni livello, dalle assemblee di quartiere per i semplici elettori a quelle di circolo per gli iscritti, dagli organi collegiali periferici alla direzione e alla segreteria nazionale. E’ il solo modo di riconoscere, valutare e selezionare una classe dirigente democratica degna di questo nome. Che lo si faccia in una sede di partito o attraverso un dibattito su internet, importante è ascoltarsi, discutere e infine approvare o respingere la scelta in questione, che si tratti di una candidatura o di una presa di posizione. Giudicando ognuno con la propria testa per ogni questione, valutandone il merito e non l’”amicizia” col proponente. L’alternativa è l’adesione individuale acritica agli orientamenti e alla propaganda del capo.

Leggevo ieri una bella citazione del pedagogista Jean Piaget fatta dal collega dell’Espresso Alessandro Gilioli. “La società ha inizio a partire da due individui, quando il rapporto fra questi individui modifica la natura del loro comportamento». Questo, commentava il collega,  è e resta il grande bivio, la grande scelta, e questa è la diade che continua oltre le parole destra e sinistra”. Eliminare le disuguaglianze, certo. Distribuire la ricchezza è più che mai necessario. Ma perché si possa parlare di democrazia non basta l’indicazione periodica di un leader e di un partito,  serve anche una reale distribuzione del potere di decisione.

Fonte: Nandocan

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