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Red Sox ed ex Qe’ uniti nella lotta: “Ora dobbiamo vincere la partita più importante”

 
Mentre osservi dagli spalti i giocatori che si muovono attorno ad un rombo che chiamano “diamante”, per un attimo, ti senti a Boston, in uno di quei film americani in cui si celebrano le star del baseball. Poi sollevi gli occhi oltre la recinzione del campo e vedi l’Etna. Maestosa, bellissima e tinteggiata qua e là di bianco in questo caldo sabato di marzo. E allora ricordi che non sei a Boston ma quaggiù, al Warriors Field di Belpasso. Qui giocano i Red Sox di Paternò, campioni d’Italia in carica. Che, come i Red Sox americani, indossano calze rosse (red socks), impugnano mazze e guantoni e corrono dietro la palla che vola attorno agli angoli del “diamante”.

Oggi disputeranno una gara in cui si giocano due partite decisive. Quella di una squadra, la loro, che ha vinto il campionato italiano ma che rischia di morire perché non trova sponsor. E se ancora resiste lo si deve all’ostinazione e alla passione di Nunzio Botta, il presidente: “cerchiamo di fare crescere i ragazzi con dei valori, insegnando a rispettare gli avversari. Chiediamo a chi ci rappresenta di aiutare la nostra società che versa in condizioni disastrose ed è abbandonata a se stessa” dice Botta, rivolgendosi alle centinaia di spettatori che affollano le gradinate, mentre un’orchestrina si appresta ad intonare un inno ai piedi della piccola tribuna a spicchio d’arancia.

Ad assistere, tanti giovani delle scuole di Paternò, tanti sostenitori ma anche curiosi venuti da tutta la provincia. E poi ci sono loro, i lavoratori di Qè (anzi, ex Qè), che invadono il campo mostrando cartelli che si formano in slogan: “Il lavoro non si tocca, lo sport non si molla”.

Anche loro oggi giocano una partita. Ed è la stessa dei Red Sox: salvare un know how produtttivo costruito negli anni e allo stesso tempo il lavoro di 600 persone, 600 operatori tra i più competenti e produttivi d’Italia: “Noi, come loro – spiegano i lavoratori – ci siamo battuti per riottenere il nostro lavoro e, loro, come giocatori si sono battuti per vincere lo scudetto. Sono i campioni d’Italia e nessuno oltre loro può dimostrarci che in fondo nella vita vale la pena lottare per vincere. Abbiamo bisogno che le istituzioni responsabilizzino le nostre ex committenti Transcom, Inps, Enel, Wind e Sky a ritornare nel nostro territorio; rivogliamo il nostro lavoro”. Dopo mesi di lotta le aspettative tra i lavoratori sono alte. Si allude con prudenza alla possibilità di sbocchi positivi. Voci confermate dai politici presenti alla partita, che hanno garantito il massimo appoggio. Vedremo.

E poi c’ una terza sfida che si è giocata sul campo di Paternò. Ed è quella delle tre giovani donne che hanno costruito, dal nulla, l’evento: hanno raccolto i fondi tra le aziende del paese, hanno organizzato la partita, convocato gli ospiti, la stampa, coinvolto il comune, le scuole, i sindacati. Si chiamano Valentina Borzì, ex lavoratrice di Qè, Lorena Messinae Costanza Botta, del team di Red Sox: “Lo sport non si molla” dicono all’unisono nel messaggio di chiusura dell’evento “lo sport ci insegna a lottare, a vivere di ideali, a condividere, a saper perdere e a volte anche vincere. Ad aprile inizierà il campionato e questa squadra, campione d’Italia, non ha un pubblico. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, della vostra presenza”.

L’unica partita vinta, al momento, è quella nata dall’intuizione delle tre organizzatrici di questa spettacolare giornata di solidarietà e di chi, come Giovanni Arcidiacono, ex lavoratore di Qè, detto (meritatamente) “il generale”, ha lavorato dietro le quinte. Tutto perfettamente riuscito.. Adesso occorre vincere la gara più importante, Red Sox ed ex Qè, assieme. Quella annunciata nello slogan più bello della giornata: “Non esiste un lavoratore senza lavoro e non esiste un campione senza pubblico”.

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