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Da Palazzo Barberini a via Barberini

 

Palazzo Barberini e via Barberini. Il nome Barberini non porta fortuna all’unità della sinistra italiana. Evoca dolorose scissioni politiche, culturali e personali. L’11 gennaio 1947 Giuseppe Saragat ruppe con il Psi di Pietro Nenni a Palazzo Barberini. Il leader dei socialisti riformisti, con un gruppo di parlamentari e di dirigenti lasciò il congresso del partito in corso all’Università La Sapienza di Roma e si recò a Palazzo Barberini: lì fondò il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (in sigla Psli, che successivamente divenne Psdi). Passò alla storia come la scissione di Palazzo Barberini. Saragat voleva un partito autonomo dal Pci, schierato con l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Nenni allora temeva una divisione della classe operaia, voleva il Psi alleato del Pci e su posizioni neutraliste in politica internazionale. Ogni tentativo d’impedire la divisione fallì, fu inutile anche la mediazione di Sandro Pertini. Dopo 70 anni, in condizioni diverse, soffia nuovamente aria di scissione.

Via Barberini atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia, innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini. Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Restate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: Emiliano, ex pubblico ministero, rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione. Manca solo la formalizzazione dell’addio. Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la separazione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: È “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

La sinistra ha conosciuto mille scissioni diverse in oltre cento anni di storia. Alcune sono state dettate da necessità storiche anche per eccezionali eventi internazionali (come Palazzo Barberini e la nascita del Pci a Livorno nel 1921), altre sono state provocate da scelte tattiche di cronaca politica. Lo stesso discorso vale per le fusioni: molte sono fallite perché realizzate tra forze non omogenee dal punto di vista dell’identità politica e delle decisioni programmatiche.

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