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Renzi cambia verso, ancora una volta

 

di Adriano Gizzi

Come si suol dire, se la canta e se la suona: prima fa di tutto per personalizzare il referendum costituzionale, in cerca di un plebiscito che lo rafforzi, poi – avendo capito che è proprio la personalizzazione a mobilitare i suoi avversari – si pente e fa appello a «guardare ai contenuti della riforma». Infine, bocciato dagli elettori, si dimette accusandoli implicitamente di aver messo a rischio la stabilità del paese facendo cadere il governo. Il bello è che nessuno, né i sostenitori né gli avversari, gli aveva chiesto niente. Nel suo discorso di addio, la notte del referendum del 4 dicembre, Matteo Renzi ha ricordato le molte leggi che la sua maggioranza ha fatto approvare. Comunque la si pensi nel merito di quei provvedimenti, non si può dire che in quasi tre anni il governo sia stato con le mani in mano. E allora il presidente del Consiglio avrebbe potuto rivendicare quei risultati e mettere tra parentesi l’insuccesso della riforma costituzionale, derubricandolo a “incidente di percorso”. Invece ha voluto a tutti i costi caricarlo al massimo di significato, traendo le conseguenze da questa sconfitta.

Qualche malizioso potrebbe pensare che in fondo si tratta di un colpo di genio: andare al più presto alle elezioni trasformandole in un “secondo tempo” del referendum, nel quale quel 41% di Sì passerebbe da insufficiente per vincere a sufficiente per trionfare. Basta cambiare la prospettiva: se la domanda è «Renzi sì o Renzi no?» e risponde Sì solo il 41%, è senz’altro una sconfitta. Ma se la domanda diventa «Renzi, Salvini, Berlusconi o Di Maio?», allora forse a Renzi potrebbe bastare anche solo un 35% per arrivare primo e restare comunque in sella. Parlando della riforma mancata e delle speranze future, riuscirebbe così a distrarre una parte degli elettori dal fare un bilancio di questi anni di governo. Quanto questa operazione possa riuscirgli, poi, dipenderà molto dalla legge elettorale.

Le regole con cui andremo a votare – a maggio, a ottobre o al massimo a marzo 2018 – diventano quindi il nodo centrale del dibattito politico dei prossimi mesi. Fiducioso che gli italiani avrebbero apprezzato la sua riforma, che rendeva non più elettivo il Senato, Renzi aveva fatto approvare una legge elettorale solo per la Camera, l’Italicum. Ora però si trova con due sistemi molto diversi tra i due rami del Parlamento, ma soprattutto non può prescindere – Mattarella non glielo consente – dal pronunciamento della Corte costituzionale sull’Italicum, che è previsto per il 24 gennaio. La data poteva essere anticipata, ma questa lentezza (snervante, per l’uomo dell’immediatezza dei tweet) è in linea con i piani del presidente della Repubblica che – al contrario di Renzi, che vorrebbe votare al più presto – punta a far decantare la situazione con un governo “istituzionale”, probabilmente guidato dal presidente del Senato Grasso.

C’è poi un elemento da non trascurare (potremmo definirlo il «fattore Razzi») legato al rischio di perdere il vitalizio. Circa un terzo dei parlamentari è alla prima legislatura e se il Parlamento fosse sciolto prima dell’autunno – quando scatteranno i quattro anni, sei mesi e un giorno necessari – senza la rielezione direbbe addio alla pensione. Naturalmente, anche questo è un pensiero malizioso: la stragrande maggioranza dei nostri rappresentanti sono del tutto alieni da questo genere di meschinità.

Il rischio principale, per Renzi, è di essere in qualche modo “dimenticato” dagli italiani. Il suo vantaggio sta nel fatto di avere ancora il controllo del Partito democratico, che a sua volta controlla la Camera dei deputati. O, per lo meno, non è pensabile in questa legislatura una maggioranza che prescinda da questo partito. Grazie al premio di maggioranza previsto dal Porcellum, alle elezioni del 2013 il Pd aveva ottenuto quasi la metà dei seggi della Camera con solo un quarto dei voti. Ed è proprio grazie a questa maggioranza “gonfiata” che Renzi è riuscito a far passare la riforma costituzionale. Il Parlamento l’ha approvata con il voto del 57% dei componenti, ma non dobbiamo dimenticare che quei parlamentari rappresentavano sì e no il 40% degli elettori (Pd, Scelta civica e fuoriusciti da Forza Italia). E infatti, quando quella riforma è stata sottoposta a referendum, ha avuto un consenso equivalente a quello dei partiti che l’avevano votata in Parlamento.

Nella tanto vituperata prima Repubblica, una delle frasi “da autobus” più gettonate era «Troppi galli a cantare, non si fa mai giorno». La vox populi si scagliava contro l’eccessivo numero di partiti, con la convinzione che una bella semplificazione avrebbe risolto i mali dell’Italia. Ci siamo quindi liberati del sistema elettorale proporzionale e, con la cosiddetta seconda Repubblica, abbiamo assistito a un grande rimescolamento delle forze politiche in campo. Nel mezzo secolo precedente, le maggioranze di governo erano state formate sempre da partiti che, sommati, rappresentavano la maggioranza assoluta degli elettori (in tempi in cui, tra l’altro, si asteneva solo un elettore su dieci). Dal 1994 in poi, invece, non c’è stato più un governo che nelle urne superasse la soglia del 50%. E parallelamente – ad aggravare ancor di più la situazione – l’astensionismo è andato crescendo in modo sempre più preoccupante, tanto che oggi quando “solo” un italiano su tre resta a casa lo consideriamo un successo strepitoso.

Tutto questo è ormai considerato normale: quasi nessuno lo vede come un elemento che mina la rappresentatività delle istituzioni. Con la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, poi, si è tentato di convincere gli italiani che l’ostacolo principale alla governabilità fosse il bicameralismo perfetto: togliamo potere al Senato e tutto filerà liscio. Ma in realtà tutti sanno che quando una maggioranza vuole davvero far approvare una legge lo fa in poche settimane, con o senza Senato. Un premio di maggioranza di lieve entità, diciamo un 5%, potrebbe essere considerato più “accettabile”, specie in una situazione bipolare, in cui si fronteggiano due partiti vicini al 50%. Nelle elezioni del 2006, la coalizione di centrosinistra ha ottenuto il 49,8% e quella di centrodestra il 49,7. Per poche migliaia di voti, la prima è stata premiata e ha ottenuto il 55% dei seggi. Ma in quel caso il premio è stato appunto limitato. In una situazione di tripolarismo come quella attuale, invece, il rischio concreto è che una forza politica ottenga il 55% dei seggi con il 30 o 35% dei voti, tra l’altro con un’affluenza alle urne sempre minore (quindi con un numero di voti assoluti sempre più basso). Siamo sicuri che governare con il consenso di un quarto o magari un quinto degli italiani sia davvero “governabilità”?

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