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Maria Grazia Cutuli, Asli e l’articolo 21

 

Nel ricordare Maria Grazia Cutuli, l’inviata del Corriere della Sera assassinata in Afghanistan il 19 novembre 2001 insieme ad alcuni colleghi della stampa internazionale e alla quale sono stati giustamente intitolati tre premi giornalistici di notevole prestigio e importanza, avvertiamo il dovere di riflettere sul senso della nostra professione e anche sulla ragione stessa di esistere della nostra associazione.
Nascemmo, infatti, proprio in quel periodo, pochi mesi dopo la tragedia della Cutuli e pochi mesi prima dell’edito bulgaro di Berlusconi ai danni di Biagi, Santoro e Luttazzi, in quanto avvertivamo la necessità non solo di compiere una battaglia a tutto campo in difesa della libertà d’informazione ma anche di offrire un luogo di dialogo, di discussione e di confronto aperto, in contrasto con ogni forma di censura e di bavaglio.
Nascemmo, insomma, in difesa della pluralità delle idee e della salvaguardia di un’informazione di qualità, magari anche schierata ma comunque rispettosa degli avversari, cosciente della propria funzione sociale e pienamente inscritta nel solco tracciato dai padri costituenti nel momento in cui redassero l’articolo 21 della nostra Costituzione.
Nascemmo, inoltre, con l’ingenuo proposito di scioglierci in breve tempo, convinti che l’esigenza di un’associazione come questa si sarebbe avvertita per qualche anno al massimo, prima di un ritorno alle garanzie democratiche e di un ripristino di quella normalità repubblicana, in RAI come nella carta stampata, che fino a quel momento aveva resistito strenuamente a tutti gli scossoni subiti nel corso della Prima Repubblica, compresi la P2 e vari tentativi di colpo di Stato.
Ci sbagliavamo: da allora nulla è stato più come prima e il berlusconismo, contro il quale abbiamo lottato vigorosamente per un decennio, ha fatto scuola nel mondo, al punto che oggi, dopo quasi quindici anni, avvertiamo non solo l’esigenza di continuare ad esistere ma, più che mai, di ampliare i nostri orizzonti, di volgere lo sguardo al di là degli angusti confini nazionali e di ingaggiare una battaglia contro tutte le violazioni della libertà d’informazione e d’espressione alle quali assistiamo in ogni angolo del pianeta.
Perché se c’è una lezione che abbiamo tratto dalla tragedia della giovane inviata catanese che ricordiamo in quest’articolo, così come dal sacrificio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, è che ovunque ci sia un’ingiustizia, un sopruso, un regime, una barbarie, una violenza o una violazione dei diritti umani, un’informazione degna di questo nome deve esserci e illuminare a giorno ciò che sta accadendo.

È ciò per cui Maria Grazia Cutuli perse la vita, è ciò per cui Giuliana Sgrena ha rischiato seriamente di perderla, è ciò per cui sono stati incarcerati, torturati e talvolta anche assassinati giornalisti e blogger che hanno narrato in presa diretta le primavere arabe e le loro conseguenze ed è ciò per cui oggi, in Turchia, una scrittrice di nome Asli Erdoğan rischia l’ergastolo, dopo che centinaia di giornalisti e intellettuali di quel paese sono stati arrestati con accuse strumentali e risibili e la sola vera colpa di essere oppositori di una tirannide intollerabile come quella di Recep Tayyip Erdoğan , divenuta ancora più sanguinosa in seguito al fallito golpe dello scorso luglio.
Ci rivolgiamo, dunque, all’Europa perché, in un mondo in cui dilagano i Trump, non può continuare a rimanere in silenzio di fronte ai crimini che il Sultano sul Bosforo sta compiendo nel proprio Paese.
Ci rivolgiamo all’Europa, e anche al governo italiano, perché riteniamo che sia giunto il momento di dire forte e chiaro che lo scambio fra il trattenimento sul suolo turco dei disperati in fuga dall’inferno del Siraq e l’acquiescenza nei confronti di una repressione senza limiti e senza pietà per nessuno non può essere accettato da un continente che ha posto la tutela dei diritti umani fra i punti cardine del proprio stare insieme.
Ci rivolgiamo all’Europa perché se l’unica ragione per cui una donna rischia il carcere a vita è il fatto di scrivere sul quotidiano filo-curdo “Özgür Gündem”, l’indifferenza nei confronti di questa mostruosità non può che essere considerata una forma di complicità e di cedimento morale al cospetto di un personaggio verso il quale, al contrario, andrebbero irrogate sanzioni pesantissime, fino ad arrivare addirittura a valutare in sede ONU l’eventualità di un embargo.

Ci rivolgiamo all’Europa perché sappiamo che Maria Grazia, se fosse ancora viva, sarebbe stata oggi su quel fronte, al confine fra la Siria, la Turchia e l’Iraq: a raccontare, a scoprire, a cercare di capire e di informare, dando voce ai ribelli curdi e ai colleghi che rischiano la vita, proprio come la rischiava lei, animata da una passione civile, da un entusiasmo e da un senso del dovere che dovrebbero caratterizzare chiunque decida di svolgere questo mestiere.
Ci rivolgiamo all’Europa, infine, perché se mai dovesse nuovamente decidere di dotarsi di una Costituzione o la difesa della libertà di stampa e d’espressione viene posta fra i princìpi sacri e inviolabili o è l’intero progetto continentale a non avere più alcun senso, specie se, come sembra, ai proclami e alle buone intenzioni dichiarate dovesse continuare a non seguire alcun atto pratico o, peggio ancora, dovesse seguitare l’ipocrisia degli occhi chiusi e del tacito consenso verso un partner internazionale che calpesta quotidianamente quelli che dovrebbero essere i nostri valori irrinunciabili.
Rendiamo così omaggio a una donna che ci ha lasciato a soli trentanove anni, alla sua famiglia che si è sempre detta contraria alla pena di morte nei confronti dei suoi presunti assassini e ai tanti cronisti che, in giro per il mondo, nelle zone più calde dei conflitti, si ostinano a rischiare la vita, e talvolta a perderla, in nome di una missione che tutti noi dovremmo condividere, ossia quella di portare occhi e voce là dove spesso i governanti e le milizie jihadiste portano bombe, distruzione e stragi.
Perché è questa coscienza collettiva ciò che distingue una democrazia matura da una semi-democrazia e noi, in nome di Maria Grazia, dobbiamo tornare ad appartenere alla prima categoria di paesi.

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