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In piazza a Roma per dire stop ai rimpatri forzati in Sudan, Paese che uccide la sua gente con le armi chimiche

 

Oggi Articolo 21 insieme ai rifugiati sudanesi, attivisti di Italians for Darfur, Amnesty Italia e altre organizzazioni per i diritti umani, si ritroveranno alle 14 in piazza delle Cinque Lune, a poca distanza dal Senato, per chiedere lo stop ai rimpatri forzati in Sudan e l’avvio di un’inchiesta per accertare le responsabilità e la vastità degli attacchi con armi chimiche in Darfur.
Nella regione sudanese martoriata da un conflitto iniziato nel 2003, almeno 250 persone, in gran parte bambini, sono state uccise nel corso di diversi attacchi chimici lanciati dalle forze armate in Sudan nel 2016.
Lo scorso aprile “Italians for Darfur” aveva denunciato i primi episodi riportando le testimonianze di esponenti della ribellione, confermati poi da un rapporto di Amnesty International pubblicato ad ottobre.
L’organizzazione internazionale ha denunciato di aver raccolto prove credibili sull’uso, da parte delle forze sudanesi, di armi chimiche contro i civili – compresi bambini molto piccoli – in una delle zone più isolate del Darfur.
Attraverso riprese satellitari, oltre 200 approfondite interviste con sopravvissuti e l’analisi da parte di esperti di decine di immagini agghiaccianti di bambini e neonati con terribili ferite, Amnesty International ha potuto concludere che da gennaio al 9 settembre 2016 sono stati condotti almeno 30 probabili attacchi con armi chimiche nella zona del Jebel Marra.

“È difficile trovare le parole per descrivere la dimensione e la brutalità di questi attacchi. Le immagini e i video che abbiamo esaminato nel corso delle nostre ricerche sono sconvolgenti: un bambino che piange dal dolore prima di morire; altri pieni di ferite e vesciche; altri ancora che non riescono a respirare o che vomitano sangue” – ha affermato Tirana Hassan, direttrice della Ricerca sulle crisi di Amnesty International.
“Non c’è modo di ingigantire la crudeltà dell’effetto che producono gli agenti chimici quando entrano in contatto col corpo umano: sostanze vietate da decenni proprio perché la sofferenza che procurano non può mai essere giustificata. Il fatto che il governo sudanese le stia usando ripetutamente contro la sua popolazione non può essere in alcun modo ignorato e richiede un’azione” – ha dichiarato Hassan.
Sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e di coloro che si sono presi cura delle vittime, Amnesty International ha potuto concludere che dalle 200 alle 250 persone possano essere morte a causa dell’esposizione ad armi chimiche. Molte, se non la maggior parte di loro, erano bambini vittime.
Centinaia di altre persone sono inizialmente sopravvissute agli attacchi ma nelle ore e nei giorni successivi hanno sviluppato gravi disturbi gastrointestinali, tra cui diarrea e vomito di sangue; la loro pelle si è riempita di vesciche, hanno cambiato colorito, sono svenute, hanno perso completamente la vista e hanno sviluppato problemi respiratori che sono descritti come la principale causa di morte.

Una giovane di una ventina d’anni è stata ferita da una scheggia quando una bomba è caduta sul suo villaggio, facendo fuoriuscire una nube tossica. Sei mesi dopo, lei e il suo bambino soffrono ancora per le conseguenze dell’intossicamento.
“Quando la bomba è caduta – è stato il suo racconto – abbiamo visto alcune fiammate e poi un fumo scuro. Abbiamo subito iniziato a vomitare e ad avere capogiri. La mia pelle non è ancora tornata normale. Ho ancora emicranie, anche dopo che prendo le medicine. Mio figlio non sta guarendo: è ancora gonfio, ha vesciche e ferite sul corpo. Dicono che migliorerà ma al momento non è così”.
Un’altra donna di una trentina d’anni era a casa con i suoi bambini nel villaggio di Burmo quando dal cielo sono piovuti numerosi ordigni che hanno sprigionato un fumo prima nero e poi blu.
“Sono cadute molte bombe, intorno al villaggio e sulle colline. La maggior parte dei miei figli si è ammalata subito dopo aver inalato il fumo: vomito, diarrea, tosse. La loro pelle sembrava bruciata anche se non si sono sprigionate fiamme” la sua drammatica testimonianza come molte altre alle quali, purtroppo, pochi media hanno dato voce.
Anche per questo, domani, saremo in piazza per dire stop ai rimpatri in Sudan, un Paese che uccide la sua gente con armi chimiche e violenze inaudite.

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