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(73/ma Mostra del Cinema Venezia) Voci dall’isola di Janus

 

A Thomas Sherbourne viene affidata la sorveglianza di un faro situato sulla piccola isola di Janus, sotto la giurisdizione del Commonwealth. Il nome del luogo evoca il mese dai due volti: uno che guarda all’anno appena trascorso e l’altro che si rivolge al futuro; e può essere considerato anche la rappresentazione simbolica dello stato d’animo di Thomas. Uomo taciturno, austero, segnato dalla morte nella quale si è trovato immerso per quattro anni durante la prima guerra mondiale. Anni passati a vedere cose e persone scomparire per sempre, con i piedi affondati nel fango ghiacciato fino a diventare insensibili, come la sua anima ricoperta da una sottile crosta di brina.

Janus si trova sul confine invisibile fra l’Oceano Indiano e quello Australe, il più piccolo e meridionale della Terra, formato dai mari che circondano il continente antartico. Il fondo di questo oceano  è coperto da depositi di  origine glaciale; la corrente circumpolare dà origine ai venti più forti del pianeta e, talvolta, a violente tempeste cicloniche. Su questa linea di acque metamorfiche, che le variazioni della luce trasformano spesso in dune desertiche, dove “si aspetta all’infinito che non accada niente”, gli uomini impazziscono di solitudine e si suicidano incalzati dai propri fantasmi. La prima scoperta dello spettatore, davanti a questo film mirabilmente iperletterario, è di trovarsi in prossimità dell’isola di Prospero, là dove “non un’anima sola ha potuto resistere a una febbre di follia, o a non dar segni di sgomento”.

Ma è proprio nell’asprezza delle rocce, nella vegetazione bassa ingiallita dal vento salato, nella nudità del puro vivere che Thomas trova pace. L’allucinazione onnipresente di quella distesa d’acqua diventa l’elemento in cui mimetizzarsi (“coralli son l’ossa,/son gli occhi due perle nel volto./Ma niente di lui sarà vano/che per un incanto del mare/dovrà trasformasi in qualcosa/di ricco e di strano.”).

Tutto inizia lentamente a cambiare quando Thomas conosce Isabel e viene alla luce per la seconda volta, travolto dall’amore della ragazza. Un sentimento immediato, pieno di vita e splendore, impetuoso e dolce, che scioglie i timori dell’uomo: “non voglio che la mia oscurità ti contamini” le dice amaro, “c’è ancora una fiamma dentro di te, simile alle stelle che stanno sopra il tuo faro” risponde Isabel. Da questo momento la storia si ridefinisce sui canoni del romanticismo anglosassone. La passione nasce dalla natura circostante, animata e cruenta, per rifluirvi diventando possessione mistica. Attraverso il fuoco dei corpi ciascuno dei due accede alla propria essenza (vengono in mente l’estremizzazione di “Cime tempestose” e l’assolutezza del Cantico dei Cantici: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso.“).

L’urlo assordante del vento, principale protagonista del film così come del romanzo di Emily Bronte, accompagna la faticosa risalita di Isabel al faro, e impedisce a Thomas di sentire i richiami disperati della ragazza, piegata in due dai dolori dell’aborto imminente. L’impossibilità di Isabel di portare a termine le gravidanze comincia a produrre evidenti incrinature nel rapporto. Fino al giorno in cui Thomas porta a riva una barca a remi alla deriva nella quale si trovano una neonata e il cadavere di un uomo (il padre). Tom si lascia convincere da Isabel, preda di un disperato desiderio di maternità, a non denunciare il naufragio e tenere la bambina, che resterà con loro per quattro anni.

Soltanto quattro. Perché la madre di Lucy è viva e crede che marito e figlia siano morti in mare. Il dolore incessante la chiude in un velo d’ombra. L’orologio della vita per lei si è fermato per sempre. Nel frattempo Thomas, venuto a conoscenza dell’esistenza della donna, sprofonda in dilemmi morali e sensi di colpa analoghi a quelli di tanti personaggi di Hawthorne. Si tormenta segretamente come il reverendo Dimmesdale; l’inquietudine e il desiderio di ristabilire l’ordine naturale delle cose lo pungono con aculei roventi, spingendolo a seminare indizi riguardo all’identità di Lucy. Dopo alcune tragedie sfiorate, il mondo tornerà effettivamente nei cardini, grazie alla generosità nuovamente innamorata di Isabel.

Epico e romantico, splendidamente fotografato, “The light between oceans” di Derek Cianfrance avvince ed emoziona, soprattutto grazie all’intensità tormentata e al senso della misura di Alicia Vikander e Michael Fassbender.

luciatempestini0@gmail.com

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