Sei qui:  / Articoli / Interni / Mafie / Parmaliana, una sentenza conferma: motivi suicidio da ricercare in amarezza per “gambizzazione morale”

Parmaliana, una sentenza conferma: motivi suicidio da ricercare in amarezza per “gambizzazione morale”

 

Una cartellina bianca, 33 fogli e una sentenza, un post-it con la dicitura «copie esposto Parmaliana da spedire». Al centro dell’inchiesta condotta dai pm di Reggio Calabria sull’ex procuratore generale di Messina, Franco Cassata, c’è l’invio di questo fascicolo. Un dossier creato da “ignoti” contro Adolfo Parmaliana, professore universitario, animatore di battaglie per la legalità in provincia di Messina, morto suicida il 2 ottobre del 2008. Un plico rinvenuto casualmente nel novembre del 2010 nell’ufficio dell’allora procuratore generale di Messina. Lo scorso 14 luglio la quinta sezione della Suprema Corte, respingendo il ricorso presentato da Cassata, ha confermato per il magistrato la condanna definitiva per «diffamazione pluriaggravata in concorso con esecutori materiali ignoti» nei confronti del docente messinese. L’anonimo, come scrive il giudice nella sentenza di secondo grado del 29 settembre 2015 – sarebbe stato inviato a tre destinatari: il sindaco di Terme Vigliatore (Me), Bartolo Cipriano con cui a lungo Parmaliana si era confrontato pubblicamente, il senatore Beppe Lumia, che aveva portato in parlamento le battaglie del professore e lo scrittore Alfio Caruso, autore di un libro sulla vita e sulla morte di Parmaliana, (“Io che da morto vi parlo”, Longanesi edizioni, 2009). Secondo i giudici, Cassata avrebbe contribuito a diffondere il dossier agendo per «motivi abietti di vendetta» contro Parmaliana e come «tentativo estremo» per bloccare l’uscita del libro dello scrittore Caruso. Una pubblicazione che – scrivono ancora i giudici – «nell’elogiare l’attivismo di Parmaliana nella cosiddetta società civile evidenziava l’inattiviamo del sistema giudiziario del distretto di Messina».

Il professore nella sua decennale attività politica per la legalità a Terme Vigliatore, aveva puntato il dito contro le lentezze e alcune ambiguità della magistratura della vicina procura di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) e di quella di Messina, portando nel 2002 sin davanti al Csm le sue perplessità sull’attività del procuratore Cassata. Al culmine di decenni di impegno per la legalità, le tante denunce che avevano causato lo scioglimento del Comune per mafia e alcune campagne elettorali infuocate, Adolfo Parmaliana nell’ottobre del 2008 sembra arrendersi di fronte a quello che riterrà essere l’ennesimo sopruso in un territorio soffocato dal malaffare: il suo rinvio a giudizio per diffamazione contro alcuni politici locali da lui accusati di presunti illeciti. Così, dopo aver redatto un durissimo memoriale, decide di farla finita, lanciandosi dal viadotto della A20, a due chilometri dallo svincolo autostradale di Patti (Me). Un luogo scelto con attenzione dal professore. Un territorio che ricade nella competenza giudiziaria di una procura diversa da quella contro cui aveva puntato il dito, sottolineando rallentamenti e mancate indagini contro mafiosi e corrotti, coinvolti anche in una inchiesta del Ros denominata “Tsunami”, rimasta a lungo insabbiata.

In un passaggio della lettera lasciata ai propri cari il professore scrive: “La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario”. L’ultimo j’accuse Parmaliana l’ha portato avanti usando come arma di denuncia, il proprio corpo, la propria vita.  E per la prima volta un giudice conferma in una sentenza, nero su bianco, le motivazioni di quel gesto: «[…] Ciò consente di sostenere con solida certezza che i motivi del suicidio del professore siano proprio da ricercare […] soprattutto nell’amarezza incolmabile provata in conseguenza della sensazione di tradimento da parte della giustizia, ed in particolare da parte della magistratura barcellonese/messinese espressamente indicata come autrice del tentativo violento di gambizzazione morale messo in atto nei suoi confronti».

A otto anni da quel suicidio e a pochi giorni dal sigillo della Cassazione, l’ex procuratore generale di Messina, Franco Cassata, oggi in pensione, in una lettera pubblicata dal quotidiano “La Gazzetta del Sud” scrive: «non posso che prendere atto del verdetto, che però respingo con forza, perché profondamente ingiusto, proponendomi di ricorrere ad ogni possibile, attuabile rimedio di legge, con quanto avrò ancora animo di sorreggermi in futuro». Il legale dei familiari Parmaliana, Fabio Repici, dichiara ad “Articolo21”: “Siamo di fronte ad una sentenza di importanza morale enorme perché restituisce dignità ad un cittadino fra i migliori che questo Paese abbia avuto. Una dignità calpestata anche dopo la morte, persino dalle istituzioni”.   “Il suicidio di Parmaliana –  afferma l’avvocato Repici – e la sua ultima denuncia hanno creato le prime crepe dentro un sistema la cui principale forza era la copertura all’interno del mondo giudiziario. A confermarlo è anche la sequenza temporale degli eventi accaduti dopo la morte e il memoriale di Parmaliana”. “Negli ultimi anni, per la prima volta nella storia di Barcellona Pozzo di Gotto alcuni mafiosi hanno iniziato a collaborare con la giustizia – spiega – e le loro dichiarazioni hanno dato impulso a numerose inchieste”. “Parmaliana aveva messo alla luce un sistema di relazioni potentissime fra mafie, settori della massoneria e alcuni livelli delle istituzioni e della politica”  – commenta il politico Beppe Lumia della Commissione antimafia.  “Le indagini condotte da Reggio Calabria e da Messina incoraggiano ad andare avanti. Bisogna continuare su questa strada – afferma il senatore –  perché la provincia messinese è un crocevia di affari e collusioni, di ‘ndrangheta e Cosa nostra, su cui bisogna mantenere accesi i riflettori”. Rimane, invece, ancora fitto il mistero sui nomi di chi ha coperto a livello nazionale per oltre 15 anni quelle ambiguità contro cui puntava il dito Parmaliana. Un interrogativo davanti al quale, nonostante la lunga esperienza da parlamentare che dura dal 1994, rimane senza risposte anche il politico siciliano che chiosa soltanto: “Oggi sappiamo e conosciamo molto di più ma la sfida rimane difficile e rischiosa. Quel che è certo è che va portata avanti. E se possiamo farlo è anche grazie al sacrificio di Adolfo Parmaliana”.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE