Indro Montanelli: l’indipendenza di un anarchico vero

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Nel corso dei suoi novantadue anni, Indro Montanelli da Fucecchio è stato moltissime cose. D’altronde, sarebbe stato impossibile imprigionare una mente e uno spirito libero e poliedrico come il suo nella gabbia di un solo mestiere o di una sola definizione. Giornalista, certo, senz’altro uno dei migliori e dei più importanti del Novecento, ma anche storico, autore teatrale, polemista e poi combattente in Africa ai tempi della guerra d’Abissinia, quando si trovò ad essere sottotenente in un battaglione coloniale di ascari e acquistò persino una ragazzina di dodici anni a Saganeiti, e poi direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Tallinn, in Estonia, quando cominciò a nutrire seri dubbi sull’essenza del fascismo, in seguito alla pubblicazione di un resoconto della battaglia di Santander alquanto sgradito al Minculpop, infine oppositore del regime, che lo arrestò e lo condannò persino a morte, consentendogli di incontrare, in quei giorni, una figura singolare e, a modo suo, straordinaria come quella di un furfantello qualsiasi che si spacciò per il generale Della Rovere ed ebbe il coraggio di affrontare fino in fondo le conseguenze delle sue scelte.

E che dire del Montanelli che nel biennio ’47-’48 venne spedito dal nuovo direttore del Corriere, Guglielmo Emanuel, a seguire il Giro d’Italia, con intento punitivo per i suoi trascorsi fascisti, e fu capace di trasformare quell’esperienza in una delle più significative analisi sportive, politiche e sociologiche che siano mai state scritte? Che dire delle sue cronache che andarono a comporre un meraviglioso romanzo popolare, negli anni dell’Assemblea Costituente e dell’ascesa della DC, con definizioni come “Giro saragatiano” e la consueta passione per gli ultimi, per i gregari e per le figure meno note che ha sempre animato la sua mostruosa curiosità intellettuale?
E che dire del Montanelli che nel ’56 assistette con incredibile rispetto al dramma del collega dell’Unità, costretto a seguire le indicazioni della sua “chiesa” pur essendo animato da sinceri ideali democratici e pur sapendo benissimo che avevano ragione i ribelli di Imre Nagy e Pál Maléter? Da quell’esperienza, avrebbe tratto un testo teatrale il cui titolo è tutto un programma: “I sogni muoiono all’alba”. Accadde esattamente questo e non sarebbe stata la prima volta e, purtroppo, nemmeno l’ultima.

E poi il Montanelli delle grandi interviste, degli incontri con alcuni dei più importanti protagonisti del Secolo breve, della Storia d’Italia raccontata con la verve del toscanaccio che era e con il piglio del cronista inviato nel tempo; Senza dimenticare la sua opposizione alla svolta a sinistra del Corriere che culminò CON un doloroso addio, nel ’74, per lanciarsi prima nell’avventura del Giornale, la quale gli costò anche una gambizzazione da parte delle BR, nonché l’umiliazione di non vedere il proprio nome nel titolo del quotidiano di via Solferino che dava conto della notizia, e poi in quella de La Voce, in opposizione alla pretesa berlusconiana di trasformare il Giornale nella gazzetta ufficiale di Forza Italia, a sostegno del proprio ingresso in politica.
Montanelli e Federico Orlando, liberali d’altri tempi, galantuomini come ce ne sono pochi in giro, meno che mai oggi, si opposero in nome della propria indipendenza e ovviamente, pur essendo firme di spicco, pagarono a caro prezzo questo coraggio leonino di porsi, ancora una volta, ad un’età non certo verde, come le stecche nel coro del conformismo imperante.

Perché Montanelli, in fondo, si diceva di destra ma sostanzialmente era un anarchico, uno cui piaceva andare contro il potere non dico a prescindere ma quasi, uno che si turava il naso e votava DC ma poi scriveva a Zaccagnini: “Vi abbiamo votato ma ce la pagherete”, uno cui piaceva da morire provocare e rompere le scatole e che spesso ci vedeva più lungo degli altri.
Pur di continuare a esercitare la passionaccia che lo aveva travolto in gioventù, arrivò a rifiutare persino la nomina a senatore a vita, lui che con la politica ha sempre avuto un rapporto volutamente conflittuale, benché quest’ultima, essendo leggermente meno ignorante e priva di valori di adesso, fosse costretta ad ascoltarlo e a rispettarne la grandezza e le intuizioni.

Infine il Montanelli che, a quasi novant’anni, pur continuando a professarsi un liberale conservatore, divenne un idolo della sinistra per la sua battaglia contro un Berlusconi che aveva apprezzato, inizialmente, come editore ma al quale mosse innumerevoli critiche sul piano politico e degli uomini di cui aveva deciso di circondarsi per tentare la scalata al potere. “Mi auguro che Berlusconi vinca le elezioni perché all’Italia occorre un vaccino” aveva confidato a Biagi pochi mesi prima di morire, nel corso di una puntata del Fatto che, ovviamente, non passò inosservata e contribuì a far inserire il giornalista bolognese nella lista delle personalità sgradite da mettere in condizione di non nuocere.

Non a caso, negli anni successivi, il vecchio Enzo avrebbe asserito più volte, con profonda amarezza, che il suo amico Indro si era sbagliato, in quanto avevamo esagerato la dose di berlusconismo con annesse degenerazioni. Avevano ragione entrambi, benché Montanelli, all’apparenza più ruvido e scontroso, si fosse dimostrato, come anche nel caso di Gelli, leggermente più ingenuo nell’analisi del quadro storico complessivo.

Perché in fondo, checché se ne dica, in quel burbero cronista fiorentino con la battuta di spirito sempre pronta sulle labbra, batteva un cuore grande così. Il cuore, l’anima e l’istinto di un bastian contrario orgoglioso di esserlo, specie quando questa scelta gli provocava l’isolamento, il disprezzo e il sorrisetto compassionevole di tutti coloro che, per dirla con Victor Hugo, “pagherebbero per vendersi”.


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