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Un tributo alla verità e ai bambini che annegano nel Mediterraneo nel Museo della fiducia

 

L’opera di Caravaggio raffigura un bambino che dorme, l’Eros dormiente dipinto a Malta dove Caravaggio era rifugiato in cerca di protezione da una condanna morte. È l’immagine ispirata al corpo di un bimbo affogato nel Mediterraneo, scelta dagli Uffizi come immagine simbolo dell’esposizione che si inaugura il 3 giugno a Lampedusa. Un’opera di straordinaria attualità che richiama subito la fotografia del piccolo Aylan adagiato su una spiaggia turca, che come dice il sindaco dell’isola Giusi Nicolini “ci porta a sperare che quel bimbo che dorme si risvegli e insieme a lui si risvegli l’umanità che stiamo seppellendo in fondo al mare.”

Caravaggio va a Lampedusa insieme a Siddartha che viaggia sullo stesso volo, con la stessa destinazione. Siddartha di Herman Hesse, il libro preferito di Giulio Regeni che la famiglia ha voluto prestare all’esposizione che stiamo per inaugurare a Lampedusa perché fiducia e dialogo, le due parole chiave della mostra, sono parole nelle quali il lavoro e lo studio di Giulio Regeni si riconoscono più di tutte. “Siddartha è uno che cerca, cerca di vivere intera la propria vita e non si ferma presso nessun maestro, non considera definitiva nessuna acquisizione, perché ciò che va cercato è il tutto.” La quarta di copertina del Siddartha definisce il carattere del libro e uno degli aspetti del lavoro di Giulio Regeni “cittadino del mondo” che verrà ospitato nella sala delle mappe del museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo, la sala della ricerca, dello studio. Accanto a quel libro ci sarà l’origami che è stato recapitato dalle carceri egiziane alla famiglia Regeni con su scritto “verità per Giulio”.

“Verso il Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo”, si chiama così la grande operazione culturale che vuole unire le sponde del Mare Nostrum attraverso ponti culturali, capofila le Gallerie degli Uffizi ed il Museo del Bardo di Tunisi, prestigiosi enti museali che portano le cicatrici della violenza mafiosa e della violenza integralista, custodi delle radici comuni dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo.

Inaugura il Capo dello Stato questa mostra promossa dal Comune di Lampedusa e Linosa, dal Comitato 3 Ottobre, dall’Associazione First Social Life e dalla Rai, che ha scelto di esserci e di sposare questo progetto cui contribuisce con le immagini e con i suoni raccolti dai suoi inviati nei luoghi attraversati dalle migrazioni, ma anche quelli custoditi dalle Teche Rai dove guerra e dittature costringono milioni di persone alla fuga e quelli dove a migliaia, ogni anno muoiono durante il viaggio.

L’arte e l’attualità si fondono nella esposizione di Lampedusa, ospitata nel museo Archeologico delle Pelagie grazie a Mibact e alla Soprintendenza ai Beni culturali della Regione Sicilia. Le opere degli Uffizi, del Bardo di Tunisi, del Correr di Venezia, del Mucem di Marsiglia e di tanti altri musei raccontano attraverso l’arte il Mediterraneo e, in un percorso parallelo ci sono le storie dei rifugiati come Adal che ha disegnato per la Rai le torture inflitte a migliaia di ragazzi come lui dal regime eritreo, disegni diventati prova nella relazione di condanna delle Nazioni Unite del regime eritreo per crimini contro l’umanità. La denuncia di Adal è sostenuta dalla Federazione nazionale della Stampa Italiana, dall’Usigrai e da Articolo 21 come contributo alla verità e alla giustizia di un popolo oppresso.

Nella mostra ci sono i disegni delle bombe da cui è scappata e del viaggio di Sherazade che la trasmissione di Raitre Gazebo ha raccolto nel fango di Idomeni, dove la bambina era rimasta incastrata assieme alla sua famiglia per i muri che l’Europa continua ad innalzare. Ci sono gli oggetti personali di 52 persone soffocate nella stiva di un barcone, un dramma raccontato nelle ultime sequenze di Fuocoammare, il docufilm di Gianfranco Rosi prodotto dalla Rai, che ha vinto l’Orso d’oro di Berlino.

E poi ci sono le fotografie dei rifugiati. Profughi seduti sulle valigie piene delle poche cose che sono riusciti a portare con loro nella fuga. Ma si tratta di profughi italiani in fuga dalle bombe della seconda guerra mondiale nelle fotografie dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, social partner del Museo, che raccontano quando eravamo noi a scappare e a cercare protezione.
È il Mediterraneo raccontato attraverso l’arte e le storie delle persone che lo vivono e che lo stanno attraversando ancora oggi, che viene esposto sull’isola che ha insegnato al mondo il significato della parola accoglienza. L’obiettivo è di costruire ponti culturali sui quali poggiare l’appello alla costruzione di corridoi umanitari. Lo chiedono a gran voce i promotori del museo, come le opere esposte, come gli oggetti di chi non è sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo.

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