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Sara, prevenire il femminicidio

 

Sara Di Pietrantonio, 22 anni, è stata uccisa dal suo ex fidanzato, che non si rassegnava alla separazione. Non è morta subito. È scappata, è stata raggiunta, rimessa nell’auto e bruciata. Un omicidio premeditato, o come si dice in questi casi, un femminicidio.
L’omicidio è aberrante. L’omicidio premeditato è mostruoso. Il femminicidio è anche peggio, perché, qualsiasi sia la modalità con cui lo si porta a termine, sottintende la volontaria distruzione di un’identità, il premeditato assoggettamento di un genere, per cui la morte è l’atto finale. La disgrazia di Sara però contiene un elemento in più, qualcosa che, se possibile, rende il tutto ancora più assurdo e inqualificabile.

“Sara prima di essere raggiunta dal suo assassino ha provato a chiedere aiuto agli automobilisti, ma nessuno si è fermato. Se qualcuno lo avesse fatto, forse Sara sarebbe ancora viva”. Queste le parole di Maria Monteleone, sostituto procuratore di Roma, secondo la cui ricostruzione almeno due macchine sono passate mentre succedeva il fatto, senza fermarsi né chiamare soccorso. Le telecamere, panacea elettorale per qualsiasi richiesta di sicurezza, non hanno potuto evitare l’omicidio. Certo, hanno dato conferma di quello che gli inquirenti già sospettavano, perché la persecuzione durava da tempo, ma nulla più. C’è una cosa cui nessun sistema di sicurezza pubblica può porre rimedio ed è l’indifferenza delle persone e in questo fatto, come in ogni occasione di violenza di genere, ce n’è troppa.

Troppa, ma della stessa matrice culturale che ritiene la prostituzione un problema di decoro urbano, nulla più, ed è molto indicativo che tra i sostenitori di questo punto di vista vi siano anche delle donne, nemmeno poche. Sì, perché l’indifferenza che ha ucciso Sara invece non ha genere. Dietro ogni atto di violenza protratto nel tempo ci sono uomini e donne, figli della stessa cultura, che preferiscono farsi i fatti loro.

Gli atti persecutori, di cui era oggetto Sara, erano noti a molti. Difatti gli inquirenti, sentiti parenti e amici, hanno capito subito verso chi dovevano dirigere i loro sospetti. E se tutte le persone informate della morbosità di quell’attaccamento avessero costituito una rete di protezione attiva nei confronti della ragazza? Penso che questa domanda tormenti non pochi tra quelli che la conoscevano, ma penso anche che dovrebbe fare lo stesso con quelli che non sapevano chi fosse. Quante volte la nostra indifferenza facilita cose che non vorremmo? La ragazzina messa su un marciapiede, l’occhio nero della vicina, la cameriera dell’albergo che vedi in servizio da 12 ore, la tua collega che, palpeggiata, tace. Quanti alibi pronti all’uso: se batte in fondo le va bene così, un amore troppo passionale, con il poco lavoro che c’è bisogna accontentarsi, per fare carriera…

La tragedia di Sara apre riflessioni su più fronti. È inevitabile pensare a quanto una certa cultura sia radicata nel nostro Paese, nonostante ci si ponga come censori verso le usanze imposte alle donne dalle culture che ci attraversano. Da noi il “delitto d’onore” è stato tolto dall’ordinamento giuridico non prima degli anni ’80. Inoltre, indirizza a considerazioni sulla prevenzione che è possibile promuovere solamente abbandonando l’indifferenza.
Compito delle politiche sociali? Compito delle persone? È evidente che se nel 2016 sia la politica che i cittadini insistono nel rifarsi alla mitologia anni ‘90 della tolleranza zero, per cui si dovrebbe rinunciare al proprio libero arbitrio, a favor di telecamera, in nome della sicurezza, di prevenzione se ne fa poca. Le comunità, di qualsiasi entità esse siano, hanno un unico modo di proteggersi e prevenire: il contrario dell’indifferenza, altrimenti nota come solidarietà.

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