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Il potere di redenzione dei libri. “La lista di carbone” di Christiana Ruggeri

 

Sarà che i libri non sono più di moda, nessuno li tiene in mano e li accarezza per consuetudine d’affetto come esseri viventi, verso cui usare delicatezza perché sono parte ‘organica’ del nostro deposito cerebrale; eppure per chi è cresciuto, si è formato sui libri, essi rappresentano il sembiante stesso del sapere, posseggono un’anima, sono sacri. Le librerie che abbiamo a casa sono dei piccoli santuari a cui dedichiamo un sentimento particolare, un’attenzione tattile ma anche medianica. E quando nei documentari d’epoca, o nei film di finzione, li vediamo accatastati e messi al rogo nelle piazze, come è successo durante il Nazismo o il regime comunista di Mao, veniamo assaliti da sgomento; è come se in mezzo a loro bruciassero le nostri stesse carni, i nostri geni tutelari, il filosofo Giordano Bruno. Tutti i regimi autoritari sono nemici dei libri, perché i libri rappresentano la libertà. E facciamo fatica a immaginare un mondo privo di libri di carta che personificano materialmente questo presidio; non so quanto sostituibile dai volatili testi digitali che, per quanto utili,  affiorano così come spariscono e non ci tengono caldo né concreta compagnia. Forse per questa ragione quando al cinema o nei romanzi si parla di libri, personalmente vengo sopraffatto dalla commozione, e spesso da un pianto intrattenibile.

Mi accadde la prima volta leggendo “84 Charing Cross Road”, un piccolo romanzo epistolare che raccontava lo scambio di corrispondenza, durante l’ultima guerra mondiale, tra una lettrice americana e un libraio inglese che, quando a Londra mancava ormai persino da mangiare, continuava a rifornirla per posta di testi che lei non  trovava nel suo Paese. E ora mi è accaduto di nuovo con un romanzo singolare di Christiana Ruggeri, uscito da pochi giorni per l’editore Giunti. Si intitola “La lista di carbone” e narra una vicenda dei nostri giorni che ci riconduce attraverso una trama affascinante al buio della ragione e ai campi di sterminio; anzi al peggiore di tutti, il famigerato – e pressoché dimenticato –  Sachsenhausen (35 chilometri a nord di Berlino in località di Oranienburg,), un lager fiore all’occhiello del Fürer progettato e costruito già nel ’38 dai migliori ingegneri tedeschi.

Anna è una pariolina viziata e perditempo che una mattina lascia distrattamente l’iPhone sul tavolo di cucina; arriva un messaggio, il padre va a curiosare e una botola gli si apre sotto i piedi: “Micia, dove mi hai messo la striscia di c.? Ho voglia di fare un tiro, dai…” A scrivere è Fabio, l’ultimo flirt di turno, “un nulla col fiocco”, bello e cretino. La sua unica figlia una tossicomane? Inutile ogni spiegazione della ragazza, colpevole sì, ma solo a metà. Il ragazzo viene arrestato per  “possesso e spaccio” e Anna ci va fatalmente di mezzo. Viene condannata a frequentare uno psicoterapeuta di sostegno e a svolgere un lavoro socialmente utile; il giudice la assegna a una libreria antiquaria nel ghetto di Roma in cui riabilitarsi con un impegno fisso e quotidiano, aiutando la proprietaria in ogni mansione utile. Il suo nome è Cristina, una donna di pochissime parole in età indefinibile tra i settanta e gli ottanta: “Le pieghe degli anni non sono riuscite a nascondere la sua bellezza. Una femminilità gentile, dall’incedere elegante. Un fisico stanco ma ancora affusolato. Gracile e ingobbita come un uccellino implume. Si veste con degli abiti rétro. Raccoglie sempre i suoi capelli ingrigiti e folti: oggi in una treccia, domani in uno chignon.”  Alle cinque del pomeriggio si ritira nel suo ufficio, un box di vetro, assorbita dalle letture e dall’irrinunciabile rito della tazza di the.

Tra le due all’inizio non corre simpatia, così crede Anna, che si sente soppesata per quello che appare, un’avvenente ragazzina con poco cervello, a contatto improvvisamente con l’universo sconosciuto dei libri. Sono testi sull’olocausto che deve  catalogare e sistemare negli scaffali secondo direttive impartite dall’anziana signora.  La quale però silenziosamente la conquisterà a sé, e le sconvolgerà completamente l’esistenza come lei non avrebbe mai potuto neppure lontanamente sospettare.  Un giorno, in uno degli scatoloni da svuotare, Anna trova ‘per caso’ un pacchetto di lettere legate con un nastro: sono la corrispondenza d’amore tra Cristina e il suo ragazzo di cinquanta anni prima, un ebreo tedesco come lei, che in Germania era stato imprigionato  insieme al padre e alla sorella (la madre era stata la prima a soccombere) e inviato a  Sachsenhausen, il campo di sterminio modello. Le lettere d’amore del ragazzo sono struggenti,  possiedono una fede cieca nel proprio sentimento, e terminano con una formula intaccabile che precede la firma: “Non smetterò mai di amarti. Ricordi? Per tutto il nostro tempo terreno… e non solo. H”.

Un legame talmente diamantino che Anna non può, non vuole credere che il giovane sia morto, scomparso per sempre, come annuncia il gelido messaggio del Ministero della Guerra germanico del 13 febbraio 1950 : “Si conferma che il signor Heinrich Vossel, nato a Berlino il 18 agosto 1920 risulta inserito ufficialmente nell’elenco dei tedeschi dispersi in guerra”.

Con il suo tedesco scolastico la ragazza riesce a decifrare ogni riga delle missive, arrovellandosi e appassionandosi: vuole riuscire a scoprire cosa sia veramente accaduto a Heinrich. Comincia a compulsare freneticamente la rete in cerca di notizie, di articoli su giornali americani e tedeschi; e più approfondisce l’argomento più viene risucchiata da quel baratro d’orrore. Instancabilmente rimette insieme i tasselli di una tragedia epocale e nello stesso tempo privata: il segreto di una sanguinosa mutilazione nascosta nel cuore di Cristina, alla quale si è ormai terribilmente affezionata. Alla fine, per perseguire il suo ostinato proposito di andare in ogni modo a fondo del mistero, riesce con l’intercessione della libraia a ottenere una tesi sui campi di sterminio che le consente di compiere la propria indagine direttamente in Germania, alla ricerca dei sopravvissuti di quella vicenda intricata e sinistra. C’è una figura su tutte che la attrae: Heinz Löwe, il colonnello che aveva il comando di Sachsenhausen e che anagraficamente potrebbe essere ancora in vita.

Gran parte del romanzo è la storia di quel viaggio verso l’ignoto, l’immersione dentro uno scenario fino a quel momento quasi completamente sconosciuto, che la spingerà prima a Berlino, poi sulla scorta di esilissime ma inconfutabili tracce, a Lipsia e infine in Lettonia, a Riga, “dove le case hanno i colori dell’arcobaleno, sembrano uscite da un libro di favole”.

Nulla è svelabile del titolo enigmatico, di cui il lettore dovrà scoprire dolorosamente il significato; né della trama, per non incrinare il pathos travolgente, il meraviglioso intarsio di incontri, conflitti, inaudite sorprese; e persino di un frastornante colpo di fulmine che la ragazza prova verso l’uomo più  incantevole del creato, Peter H. L. Stein, direttore del giornale Neues Deutschland e figlio di Löwe, il feroce aguzzino nazista. “Da dietro la scrivania si alza una specie di sogno in carne ossa e glamour; un uomo bellissimo, intorno alla cinquantina, un metro e ottanta, fisico asciutto, in completo grigio con cravatta blu. Ha i capelli biondi un po’ ingrigiti e gli occhi chiarissimi. Ma quello che sorprende è il sorriso, caldo, morbido. Quel sorriso che mi inebetisce.”

Anna porta a termine la sua esaltante ricerca, e l’esperienza la trasforma, diventa un’altra persona. I libri l’hanno salvata, i libri sono stati la sua redenzione. Così come lo sono, invariabilmente, per ognuno di noi. “La lista di Carbone” contiene uno spaccato anche storico politico sulla inesorabilità della memoria, ma è  ancor prima un avvincente doppio romanzo d’amore che i famosi  “neuroni specchio” ci consentono di rivivere a fianco dei protagonisti. Dal momento che, come poetava l’inglese John Donne, ‘nessun uomo è un’isola’.

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