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Brescello: “ndrangheta che bisogna saper riconoscere”

 

Se l’Emilia due anni fa si è risvegliata dal suo torpore lo si deve a chi ha saputo fare domande. A guardarsi attorno e a capire che tante cose non tornavano. Era per la ‘ndrangheta che si era radicata progressivamente nel territorio, scavando piano piano nella rigogliosa economia della via Emilia, facendo arrivare nel tempo da Cutro persone, capitali e mentalità criminale. Aggredendo la linfa di un territorio prima ingenuo e poi connivente. Due anni fa il brusco risveglio. Grazie a Libera Informazione, che con il suo mosaico sulle mafie curato da Santo della Volpe, ha fornito in un volume di 250 pagine fatti e numeri che hanno mostrato in maniera plastica la diffusione del cancro mafioso in Emilia Romagna.

Quei dati sono poi serviti alla procura antimafia bolognese per tracciare rapporti e collegare gli affari che sono confluiti in “Aemilia”, il più grande processo per mafia del nord Italia. Un brusco risveglio per chi non aveva gli strumenti per comprendere e per chi credeva che la mafia fosse cosa lontana. A questo pregiudizio non si sono uniformati i ragazzi di Cortocircuito, la web-tv di Reggio Emilia. Dieci liceali che guardandosi intorno hanno iniziato a farsi delle domande. Da quelle domande, poste agli interlocutori giusti, si è arrivati allo scioglimento del consiglio comunale di Brescello per infiltrazione mafiosa, la prima amministrazione in Emilia Romagna. Il paese diventato famoso per aver ambientato la favola italiana di Don Camillo e Peppone si è scoperto vulnerabile. La ‘ndrangheta, ha detto il procuratore antimafia Alfonso, lì non si è infiltrata, ma radicata e può contare fra Reggio Emilia e Parma su 7 mila persone e 7 mila voti. Abbiamo intervistato Elia Minari (nella foto), coordinatore di Cortocircuito.

Cosa pensate dello scioglimento per mafia del comune di Brescello? Speriamo che tutti a Brescello ora prendano consapevolezza del problema ‘ndrangheta, cosa che finora non c’è stata. Quando abbiamo iniziato a raccontare ciò che non andava, i cittadini ci rispondevano che stavamo infangando il nome del comune, ci dicevano di smetterla.

Come è nata la vostra voglia di indagare, filmare, raccontare i fatti di Brescello?
Era il 2011, ci siamo resi conto che attorno a noi tante cose non tornavano. A Brescello c’erano terreni occupati abusivamente da costruzioni che non venivano rimosse dal sindaco, c’erano roghi inspiegabili ad aziende del territorio. Così abbiamo chiesto di vedere le delibere del comune e poi una intervista al sindaco.

In quella intervista, il sindaco Marcello Coffrini (che non è mai stato indagato) ha detto la frase da cui tutto è partito, riferita a Francesco Grande Aracri, il boss ‘ndranghetista di Cutro condannato per mafia e confinato a Brescello.
Coffrini ha detto di lui:” E’ gentilissimo, composto educato ha sempre vissuto a basso livello.” Da cittadini emiliani non ci saremmo mai sognati di sentire una frase così da un sindaco dell’Emilia Romagna.

Sentito questo, senza timore avete deciso di pubblicare tutto in un webdocumentario a disposizione di tutti.
Senza alcun ripensamento abbiamo pubblicato tutto. Erano fatti di rilievo. Non c’era ancora l’inchiesta Aemilia. Da noi la gente diceva che la ‘ndrangheta non c’era. C’era negazione del fenomeno. Noi abbiamo vinto innanzitutto i nostri pregiudizi e abbiamo dato credito solo ai fatti e abbiamo segnalato ogni anomalia ai Carabinieri.

Dopo la pubblicazione c’è stata la reazione che uno si aspetterebbe in territori storicamente collusi.
Due i fatti che ci hanno colpiti. Dopo la video inchiesta il parroco di Brescello, don Evandro Gherardi, in una intervista al Resto del Carlino ha detto: ” Cortocircuito ha fatto danni al turismo”. Una reazione che non ci saremmo mai aspettati. Per lui era l’inchiesta sulla penetrazione della ‘ndrangheta a fare danni al turismo e non la ‘ndrangheta stessa. Il secondo fatto riguarda una manifestazione in piazza. A Brescello in sostegno al sindaco Coffrini a cui hanno preso parte i figli di Francesco Grande Aracri. E’ lì che i Carabinieri hanno preso sul serio le nostre segnalazioni, ci hanno chiesto di acquisire i video che avevamo girato e poi ci hanno ascoltato in prefettura.

Era il 2014. Da quegli episodi politicamente non è accaduto nulla, il sindaco ha visto confermata la fiducia del consiglio comunale. Le persone cosa vi dicevano?
Alcune persone ci invitavano a cambiare argomento. Ci dicevano non è successo nulla. Alla fine degli incontri che organizzavamo per sensibilizzare su questo tema, è capitato che qualcuno si avvicinasse per dirci che la ‘ndrangheta non è presente qui. Un imprenditore ci ha detto che il nostro lavoro danneggiava l’economia di un territorio florido. Un costruttore calabrese durante le nostre riprese ha dato delle manate alla telecamera per bloccarci.

Però in tanti hanno ascoltato la nostra denuncia e vi hanno mostrato gratitudine.
Noi non vogliamo essere un esempio, ma vogliamo solo che ogni cittadino si ponga delle domande. Non c’è bisogno di gesti eclatanti o eroici, ma di cittadini responsabili e attenti.

Da questa esperienza avete organizzato tanti incontri con magistrati, giornalisti, amministratori locali che si battono quotidianamente contro la mafia.
Sentiamo il bisogno di informarci e informare i nostri coetanei: 180 incontri nelle scuole, consigli comunali, regionali, associazioni, università. Questo c’è stato d’aiuto e non ci ha fatto sentire soli. Molti magistrati ci invitano a continuare ad approfondire. Ma a livello locale alcuni cittadini continuano a negare. C’è chi dice che questa non è mafia perché non spara e non è violenta. Ma la ‘ndrangheta emiliana è questa: silenziosa, imprenditoriale, col volto pulito. E’ una ndrangheta che bisogna saper riconoscere. Altri sindaci invece ci contattano, ci chiedono consigli sugli appalti.

Il vostro prezioso lavoro ha portato una riscrittura della storia di quello che era conosciuto come il paese di Don Camillo e Peppone e che ora è anche il paese di Francesco Grande Aracri. Il rischio vero era che questi fatti, presenti e sotto gli occhi di tutti, non emergessero. Si è sempre detto che i sindaci emiliani avessero gli anticorpi per bloccare la mafia. Non era così. Questo deve essere un monito per tutti. Ci vuole maggiore attenzione e trasparenza. Noi abbiamo fatto solo semplici domande sui fatti.

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