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La sfilata di testimoni al processo Ilaria e Miran demolisce la tesi del complotto

 

Ieri a Perugia si è aperto il processo di revisione del caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per il quale è stato accusato e gettato in carcere un somalo, Hashi Omar Hassan, che molti considerano innocente. Sono stato ascoltato come testimone. La giornalista Chiara Cazzaniga, nel corso di una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto?” andata in onda qualche settimana fa, ha intervistato Gelle, il testimone che durante il precedente processo aveva inchiodato Hashi. Gelle durante l’intervista ha dichiarato di essersi inventato la testimonianza sulla base della quale l’imputato era stato condannato per l’assassinio dei due giornalisti. Il somalo ha scontato 16 anni dei 26 cui è stato condannato.

Altro testimone a carico di Hashi era stato l’autista di Ilaria e Miran, Ali, da tutti chiamato erroneamente – anche nei documenti ufficiali – Abdi. Ali è stato il mio autista per più o meno due anni e lo conoscevo bene. In Italia aveva dichiarato davanti ai giudici di aver riconosciuto anche lui Hashi come componente di quella gang omicida. Ma con me aveva sostenuto prima del processo di non essere in grado di riconoscere nessuno e poi, dopo il processo e la condanna del somalo, ammesso di non essere per nulla sicuro che fosse proprio lui.

Tutte cose che ho scritto parecchie volte e dichiarato davanti ai giudici, almeno fino a quando sono stato interrogato in qualità di testimone.

Spero che Hashi, ora a piede libero e presente al processo, venga assolto. Ne saremmo tutti contenti, anche coloro che fino a oggi, dalle pagine dei loro giornali, hanno gridato al complotto fino allo spasimo. Purtroppo la loro posizione ha impedito – come ho già scritto – che si cercasse la verità da un’altra parte.

Ovviamente non sposo alcuna tesi precostituita e non sostengo che Ilaria e Miran siano state vittime dei somali smaniosi di vendicare le violenze dei militari italiani (violenze ampiamente documentate dalla stampa). Ritengo però che un’indagine sui comportamenti del contingente italiano in Somalia sarebbe stata non solo opportuna ma anche doverosa. Anche per svelare eventuali connessioni con l’omicidio di Miran e Ilaria.

Perché è stata insabbiata – per esempio – l’indagine sui responsabili dei giochi sessuali (documentata dalle fotografie di Panorama) ai danni delle donne somale? Oppure l’inchiesta sui quattro somali catturati, rinchiusi in un container al sole la mattina del 2 luglio 1993 poche ore prima della ”battaglia del pastificio” (costata la vita a tre militari italiani) e seviziati subito dopo gli scontri? Quell’episodio (bruciature di sigarette calci con stivali, braccia spezzate) è stato documentato da un breve filmato girato da Ingrid Formanak – producer principe della CNN – che a suo tempo ho portato alla magistratura. Nessuno se n’è occupato. I somali – come si può facilmente capire – erano piuttosto “seccati” con gli italiani e potrebbero aver trovato un’occasione per “vendicarsi”.

E’ vero, le indagini e la storia dell’omicidio di Ilaria e Miran sono segnate da errori, omissioni, pressapochismo, superficialità cui hanno concorso diversi attori – investigatori, magistrati, commissari delle varie commissioni d’inchiesta che si sono succedute nel tempo -, compresi anche da alcuni giornalisti che negli anni hanno sostenuto che si sia trattato di un’esecuzione. Falso. Io ho visto l’auto su cui viaggiavano Ilaria, Miran e l’autista Ali: era crivellata di proiettili. Si è trattato di un irresponsabile depistaggio per tentare di dimostrare a tutti i costi che l’omicidio dei due giornalisti era il risultato di un complotto.

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