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Al referendum voterò “SÌ” ma, soprattutto, andrò a votare

 

Domenica 17 si terrà un referendum il cui quesito è chiarissimo: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Scompariranno, dunque, all’istante le trivelle dall’Adriatico, causando la perdita di migliaia di posti di lavoro? Assolutamente no: semplicemente, in caso di vittoria del SÌ, passerà l’idea per la quale il petrolio, fonte fossile che scarseggia ormai da tanti anni, costituisce un paradigma del passato che deve essere sostituito da seri investimenti pubblici sulle fonti rinnovabili, garanzia di benessere, salvaguardia dell’ambiente, tutela della qualità della vita delle persone e degli animali e rispetto reciproco, componenti essenziali per l’affermazione di uno sviluppo armonico e alla portata di tutti.

Nessuna tragedia, pertanto, specie se si considera che alcune di queste concessioni petrolifere scadranno fra parecchi anni, ossia in tempo perché una parte di coloro che lavorano sulle piattaforme vada in pensione o trovi comunque un’altra occupazione, magari proprio nel campo delle rinnovabili, bensì un chiaro indirizzo sull’idea di futuro di quanti credono che non si possa continuare a vivere in un’eterna riproposizione del Novecento.

Una scelta, quindi, senza rottamazioni e senza minimamente mettere in discussione gli aspetti positivi, anche nel campo energetico ed industriale, che hanno caratterizzato un secolo nel quale si è passati, in Italia, da un’età media di una quarantina d’anni a un’età media di circa ottanta, dalla miseria al benessere diffuso, dalle malattie incurabili alla ricerca scientifica che oggi consente di sconfiggere numerose forme di cancri e leucemie. Una scelta dettata dal desiderio di guardare avanti, una scelta di modernità, un regalo alle nuove generazioni e ai nostri figli e nipoti, in quanto noi che voteremo SÌ non ci preoccupiamo del fatto che una nostra eventuale vittoria possa mettere in difficoltà il governo Renzi bensì del mondo in cui vivranno generazioni che inizieranno a votare quando Renzi avrà smesso da decenni di occuparsi di politica.

Voteremo SÌ per esprimere un’idea di comunità, di collettività, di rinnovamento ambientale, per costruire insieme un immaginario diverso da quello che ha dominato l’ultimo trentennio e rottamare, stavolta il termine è appropriato, l’individualismo egoista che ha indotto milioni di persone in tutto il mondo ad occuparsi unicamente di se stesse, ignorando le sofferenze del prossimo, disinteressandosi di chi aveva meno, elevando il male assoluto della modernità, ossia l’indifferenza, a virtù salvifica e tendenza da seguire e dando vita ad un mondo sempre più ingiusto, diseguale ed escludente, nel quale sono progressivamente cresciute sacche di miseria e, di conseguenza, di rancore e di distacco dalla cosa pubblica.

Capite, dunque, per quale motivo questo referendum è diverso dai molti che lo hanno preceduto? Qui non sono in ballo le sorti di un governo o di un tipo di energia comunque destinato ad esaurirsi nell’arco di pochi decenni; qui è in ballo l’idea stessa di umanità e di convivenza che abbiamo in mente, ed è qualcosa che va al di là di una classe politica o di un’altra, di un partito o di un altro, di una coalizione o di un’altra, delle nostre simpatie e delle nostre antipatie personali. Qui è in ballo la visione complessiva che abbiamo del nostro domani e di quello di persone che forse neanche vedremo, di ragazzi che avranno vent’anni quando la mia generazione ne avrà settanta, di chi sarà chiamato a vivere questo e il prossimo secolo, di chi vedrà e conoscerà cose che noi non riusciamo oggi nemmeno a immaginare.

Ed è in ballo il nostro ambiente, che dovremmo proteggere e salvaguardare se non altro perché ne abbiamo uno solo ed esaurite le risorse presenti su questo pianeta non ne abbiamo uno di riserva, quindi, andando avanti di questo passo, rischiamo davvero di dover fare i conti con atti di cannibalismo, conflitti sanguinosi e barbarie dalle conseguenze imponderabili.

Infine, e questa è la ragione per la quale, prima ancora di decidere di votare a favore, ho deciso comunque di andare a votare, è in ballo il senso stesso della democrazia, per giunta a pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile.

Andrò a votare perché so quanto è costato a chi aveva vent’anni nel biennio ’43-’45 il prezzo della nostra libertà. Andrò a votare perché, prim’ancora che un diritto, l’ho sempre considerato un dovere. Andrò a votare per rispetto nei confronti dei tanti popoli che ancora oggi nel mondo non godono di un diritto che a noi sembra scontato, quasi banale, ma che non lo è affatto e costituisce, al contrario, il più grande progresso che sia stato compito dall’Occidente negli ultimi due secoli. E andrò a votare, in conclusione, per ribellarmi a chi pensa di poter condizionare in eterno le scelte dei cittadini con un’informazione che si commenta da sola e che, di fatto, tale non è.

Per tutti questi motivi, il 17 aprile io ci sarò.

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