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Giurì dei Giornalisti e appello Centro Astalli

 

Sono passati pochi giorni dal contributo alla riflessione sulla tanto vilipesa professione del giornalista inviatoci da Vittorio Roidi e ieri, durante l’incontro, organizzato dall’Associazione Amici di Padre Dall’Oglio, sulla guerra in Siria, un altro richiamo ci giunge da una fonte almeno altrettanto autorevole. Padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli, dove ogni giorno centinaia di rifugiati vengono accolti e aiutati a trovare una  via per ricostruirsi una vita, ha spiegato che non basta raccontare le crisi e i conflitti più o meno oscurati, ma bisogna superare le inveterate cattive pratiche di un mestiere divenuto frettoloso che cerca scorciatoie per evitare il lungo e faticoso lavoro di comprensione di realtà complesse. Padre Ripamonti spiegava costernato come molti giornalisti contattino il centro semplicemente per avere il racconto di storie, ma specificando anche quale tipo di storie stanno cercando, storie di sicuro effetto e mirate a un tipo di pubblico anziché a un altro. “Ma le storie che noi vogliamo aiutare a diffondere sono quelle vere” ha concluso il gesuita che ha accompagnato questo richiamo ai media all’appello per una riflessione europea sulle politiche migratorie.

La crisi siriana, che non possiamo definire oscurata, è esemplare di una prassi preponderante nelle nostre redazioni, in cui siamo sicuramente responsabili individualmente tutti, ma che certo è conseguenza di una deriva produttivistica dominante e anche di una conoscenza superficiale delle realtà, delle “storie”, appunto, che dobbiamo raccogliere e poi riportare.

Sulla prima causa si è scritto ampiamente e potrebbe servire riflettere sulla proposta di Roidi: il giurì dei giornalisti non dev’essere puramente uno strumento repressivo o di controllo finalizzato ai cronisti di giudiziaria e dintorni. Potrebbe, invece, fornire un puntello anche al redattore che, senza dedicarsi a inchieste o temi scottanti, magari scrive di esteri o di sociale e vorrebbe sottrarsi alle semplificazioni, avere tempo e strumenti culturali per capire lo scenario e le persone che ha davanti, ma si vede negata la possibilità di compiere a pieno il suo dovere deontologico di fornire un’informazione corretta rispettando le vite e i percorsi che deve raccontare.

In un futuro che si prospetta sempre più complesso e intricato, diventa essenziale ed urgente attrezzarsi per comprendere, anche raccogliendo testimonianze contrastanti tra loro, per evitare di cadere nella trappola della propaganda, di una parte o dell’altra. Come ci spiegava bene Mahmoud, il citizen journalist che si è collegato in diretta da Aleppo durante l’incontro in Fnsi, nella città non ci sono più forze dell’IS, ma i bombardamenti proseguono senza sosta e per 400mila residenti si prospettano, dopo anni di guerra, mesi di assedio. Segno che gli obiettivi sono diversi e che in ballo non c’è (o non c’è solo) la difesa della civiltà dalla barbarie islamista ma ben altro.

Capire significa ascoltare ma anche andare a vedere, per quanto rischioso possa essere. Amedeo Ricucci, storico inviato del Tg1, e Cristiano Tinazzi, collaboratore de “Il Messaggero”, ci hanno dato testimonianza di quanto visto ad Aleppo, delle sofferenze e dei barili-bomba impiegati dall’esercito lealista siriano contro la popolazione, ci hanno parlato del dossier segreto “Caesar” che raccoglie decine di migliaia di storie (queste sì vere e crude) di torture e assassinii perpetrati dal regime di Damasco come delle efferatezze compiute anche dai ribelli non dell’IS, delle enormi forze dispiegate da Mosca e dei suoi piani di espansione nell’area e della prossima ondata di fuggitivi che busseranno ai muri europei.

E chiedono, supportati anche dal sindacato, Fnsi e Usigrai in testa, che in questa fase così delicata i giornalisti possano tornare in terra siriana a vedere, ascoltare, confrontare voci e fatti, per fornire versioni, magari diverse fra loro, ma ragionate e verificate.  Oggi sono pochissimi i colleghi presenti nella regione, per motivi di sicurezza, certo, ma anche perché per un editore è più facile fermarsi ai confini, e anche governi e ambasciate presenti nella regione non collaborano di buon grado. Un giornalista per definizione è un rompiscatole e una mina vagante, che però, all’occorrenza, se fa bene il suo dovere, può servire a squarciare il velo delle menzogne diplomatiche.

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