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Tattiche diversive contro i giornalisti d’inchiesta

 

Attacchi concentrici contro i cronisti d’inchiesta, dalle minacce, alle violenze, fino alle condanne al carcere. Spunta anche la diretta twitter di una grande azienda per sbugiardare Report. L’obiettivo è comune: impedire di raccontare i fatti e rispettare l’Articolo 21.
Il giornalismo investigativo vive una stagione difficile nel nostro paese (e non solo): sono ormai pane quotidiano le notizie di cronisti minacciati per le loro inchieste su malaffare e corruzione, e non sempre solo da organizzazioni criminali (ultimo il caso di Alessia Candito, di cui proprio in queste ore sul nostro sito ha scritto Paolo Borrometi, altro giornalista, di Ragusa, che vive sotto scorta per aver denunciato fatti di mafia nel suo territorio). In Parlamento avanza l’iter di una legge sulle intercettazioni che sempre più ha le sembianze di un sistema di censura preventiva per impedire che fatti di rilevanza pubblica vengano conosciuti dai cittadini, mentre sembra dimenticata la richiesta di una norma contro le querele temerarie. E si è arrivati anche a condannare a un anno di carcere uno stimato giornalista di Repubblica, Francesco Viviano, con l’accusa di aver sottratto documenti da un fascicolo processuale, che riportavano una notizia estremamente grave proprio per la libertà d’informazione: le presunte interferenze dell’allora presidente del consiglio Berlusconi nelle decisioni Rai, allo scopo di far chiudere il programma Anno Zero di Michele Santoro. Chiusura comunque avvenuta.

Ma l’attacco più succoso al faticoso lavoro dei cronisti d’inchiesta ha visto, nella settimana passata, prendere di mira il simbolo per antonomasia di questa nobile forma di giornalismo: la trasmissione di Rai 3 Report e la sua autrice storica Milena Gabanelli. Non serve ripercorrere in dettaglio i fatti, ne ha già scritto su questo sito Alessandra Borella. Basti ricordare che domenica scorsa, mentre andava in onda l’inchiesta sulle attività dell’Eni in Nigeria e un presunto giro di tangenti, il capo della comunicazione del gigante energetico twittava diffondendo slide con materiali inediti che, a suo dire, gli autori avrebbero occultato e che proverebbero l’operato limpido e legittimo del gruppo, e denunciando il rifiuto da parte della Gabanelli di far parlare in diretta i rappresentanti aziendali, che per questo motivo non hanno rilasciato interviste.

La diretta twitter ha suscitato gli entusiasmi di innumerevoli personaggi, editorialisti e commentatori di vaglia, esperti di comunicazione e web, perfino esponenti politici, a cominciare dal premier, che hanno gridato al miracolo: si sarebbe così capovolto il rapporto tra inquisito e inquisitore, sarebbe stata stanata la scorrettezza sistematica degli autori del programma, gli utenti si sarebbero riappropriati del mezzo (l’arma della comunicazione) per rivolgerlo contro chi lo usa. Esimi colleghi hanno addirittura esaltato la “dinamica totalmente disintermediata” che sarebbe scaturita dall’iniziativa Eni, peraltro plaudendo in tal modo alla obsolescenza della propria categoria.
Report e i responsabili del programma, Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci, e tutti gli autori delle inchieste, quelle sull’Eni come di tante altre, non hanno certo bisogno di essere difesi, sanno farlo da soli e soprattutto hanno sempre dimostrato un livello di credibilità nelle denunce e nelle storie raccontate che il pubblico, in tv come sul web e i social, sa apprezzare. Non possiamo credere alle voci che danno in forse una conferma del programma da parte della Rai.

Va però notato che, a stanare gli “stanatori”, sia dovuto intervenire Dagospia, sito non propriamente d’inchiesta eppure informatissimo, soprattutto in tema di media, anche nuovi media. E lo ha fatto usando un metodo antichissimo, quello dell’aggiornamento della notizia e della verifica delle fonti. Così, a due giorni dalla messa in onda dell’inchiesta, ha riportato una notiziola che, nella fretta di applaudire alla vittoria del social sulle antiquate inchieste, era andata persa: il sequestro accordato dal competente tribunale britannico di fondi Eni per 84 milioni di dollari, su richiesta del tribunale di Milano, ritenendo che ci sarebbero sufficienti indizi per un atto corruttivo. Mentre – è sempre Dagospia che scrive – passa in secondo piano la vicenda, pure raccontata da Report, delle dismissioni dei siti improduttivi, molti altamente inquinati e mai bonificati, con il conseguente strascico di licenziamenti e costi per la collettività.
Non solo, il sito di gossip ha anche ricostruito i profili professionali dei twittatori più entusiasti della trovata Eni, non basandosi sui sentito dire, ma attingendo agli stessi curricula riportati sui siti istituzionali o da altra fonte documentale certa, arrivando a dimostrare per tutti un passato, per così dire, di stima e simpatia verso il cane a sei zampe e il governo che lo supporta anche mediaticamente.

Chiunque conosca un po’ il giornalismo investigativo sa bene che un’inchiesta seria, preparata durante mesi di ricerche, verifiche sul campo e negli archivi, limatura dei testi fino all’ultima parola, pena il rischio di querela (che poi arriva comunque anche se destinata ad essere archiviata come accaduto per l’ennesima volta dieci giorni fa), non potrà mai adattarsi alla frettolosità superficiale di una diretta twitter, ma neanche a una diretta televisiva ,che non porterebbe alcun elemento in più alla conoscenza degli eventi, anzi, finirebbe per produrre l’ennesimo scambio di opinioni che oscurerebbero i fatti.
Tra poche ore Report chiuderà la stagione autunnale con la consueta puntata dedicata agli aggiornamenti di passate inchieste, che non vengono mai abbandonate, come direbbe Roberto Morrione, “lasciate orfane”, ma proseguite, approfondite, completate anche negli effetti sulle vittime di quelle vicende. Molte di quelle inchieste hanno prodotto risultati concreti, la riapertura di un’indagine archiviata o l’avvio di un fascicolo per presunti illeciti, interrogazioni in Parlamento o raccolta di firme. Inchieste complesse, quelle di Report, rese possibili anche dalle spalle larghe del Servizio Pubblico, che però condividono con il faticoso, ma strategico lavoro dei cronisti impegnati nelle periferie del nostro paese, da Ragusa in Sicilia a Sedriano in Lombardia, un valore comune: l’attuazione concreta di un pezzo essenziale della nostra Carta fondamentale, quello che da solo rende possibile attuare nel modo più corretto tutti gli altri: l’Articolo 21.

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