La sharing economy si fa sociale ma non convince tutti

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Di Elena Paparelli

La sharing economy, (perfettamente illustrata in questa infografica) – che il Time ha inserito fra le dieci idee che cambieranno il mondo – continua ad essere da più parti oggetto di critiche e perplessità.

Seppure parecchi siano gli adepti della “Terza Rivoluzione Industriale” targata Jeremy Rifkin, che nell’economia dello scambio del nuovo Millennio vede la ricetta per “La società a costo marginale zero“, altrettanti sono i detrattori che ne sottolineano i “lati oscuri”. Quel che è certo è che non se ne può non parlare, vista la forte diffusione che la sharing economy sta conoscendo in tutto il mondo, Africa compresa, dove è alta la penetrazione di alcune piattaforme.

Difficile è cogliere tutti gli aspetti di un problema che si muove sul crinale di un’economia divisa fra solidarietà e spirito collaborativo da una parte e nuovi e promettenti campi di guadagno fai-da-te dall’altro; tanto che neppure sull’utilizzo dello stesso termine “sharing” il consenso sembra apparire unanime.

La sharing economy sta portando effettivamente ad una redistribuzione delle ricchezze, stimolando lo spirito collaborativo? E quanto sta effettivamente crescendo?

Restando in Italia, secondo la prima mappatura ufficiale delle piattaforme italiane di sharing economy passate al setaccio dall’Associazione Collaboriamo.org  il 2015 doveva essere l’anno dell’economia dello scambio, coinvolgendo anche i target di fascia alta; ad anno che si chiude, la nuova mappatura delle piattaforme 2015 , che è sul tavolo di discussione degli addetti al settore, evidenzia certamente un mercato che si muove, seppure lentamente; così come ad analoghe conclusioni arriva il report “Il crowdfunding in Italia. Report 2015: statistiche, piattaforme e trend”: +35,5% in un anno il salto che hanno fatto le piattaforme italiane di economia collaborativa, passando dalle 138 unità nel 2014 all’attuale 187 totale.

La parte del leone la fanno le piattaforme di sharing (+21,6% rispetto al 2014), che spiccano rispetto ai 69 siti di crowdfunding (+68,2%).
E il nuovo modello di servizio – quello della sharing economy, appunto – coinvolge tutti i settori: dallo scambio di beni di consumo (15%), al turismo (15%), dall’alimentare (9%) alla cultura (9%).
L’Italia però continua a faticare ad affermarsi nel settore con progetti strutturati, e i dati di traffico parlano chiaro: la metà delle piattaforme non oltrepassa i 5mila utenti.
In Italia, i servizi di condivisione sono conosciuti dal 70% degli intervistati e utilizzati dal 25%: circa 1 milione di individui in più dell’anno precedente” ha affermato Federico Capeci, Chief Digital Officer & Ceo Italia, TNS, Istituto di ricerche di mercato leader nel mondo. “La crescita è sempre sostenuta, ma sicuramente più timida”.

Uno dei temi centrali di questi servizi di sharing economy è certamente quello della regolamentazione e c’è chi consiglia di guardare, per trarne esempio, a Paesi come l’Australia  che ha deciso di tassare la sharing economy proprio come ogni altra attività generatrice di reddito.

Cosa fare allora per permettere alla crescente sharing economy di uscire dalle strettoie dell’improvvisazione e avviarsi sulla strada di realtà più strutturate?

Marta Mainieri, una delle promotrici del Report di Collaboriamo.org, non ha dubbi sulla strada da percorrere: quel che occorre – è il parere della Mainieri – è un piano “che preveda, per esempio, di sviluppare percorsi di finanziamento che facilitino le imprese collaborative che già operano da qualche anno e che possiedono un team dedicato e risultati in crescita; che promuova anche nuove sperimentazioni, soprattutto per trovare diversi modelli di governance e di business capaci di ridistribuire in maniera più equa le ricchezze generata dagli scambi tra i pari e assicurare maggiori sicurezze e garanzie ai lavoratori; che crei luoghi di sperimentazione dedicati, perché l’economia collaborativa ha delle specificità rispetto al resto delle start up che, se si mettono a sistema, ne accelerano la crescita. Un programma, inoltre, che faciliti la contaminazione fra imprese collaborative e altri interlocutori legittimandone l’impegno magari attraverso semplificazioni”.

In ballo c’è naturalmente un nuovo modello di governance che punta a migliorare la qualità di vita dei cittadini. Ma in che modo? A provare a rispondere è il policy paper di Competere.eu, che considera anche l’ancora scarsa visibilità della sharing economy.

Come spiega Alberto Annichiarico – la sharing economy vale appena l’1% del Pil, tanto da rendere urgente l’aggiornamento del metodo di calcolo della produzione di ricchezza, analogamente a quanto è accaduto in Europa.

Nel dibattito intorno alla sharing economy, il punto che scalda gli animi – a livello non solo nazionale ma internazionale – resta al momento quello che riguarda le nuove forme di sfruttamento, che i neonati mercati irregolari non farebbero che incentivare. Favorendo un nuovo lavoratore che si abitua a prestare i propri servizi a prezzi fuori mercato e iper-concorrenziali, rispetto ai professionisti del settore, senza per questo evitare che si ricreino rapporti di dipendenza e sudditanza fra utente e prestatore del servizio.

Nella bibbia dell’informazione digitale americana, Techcrunch, è apparso un pezzo molto critico dal titolo ”La sharing economy, la gig economy, la on demand economy non sono mai esistite, quindi smettiamola di fingere, mentre un’altra rivista americana che si occupa di innovazione, Fast Company, ha titolato una sua inchiesta “La sharing economy è morta“, sottolineando gli aspetti problematici di un mondo in cui la grande finanza si sta avviando a mettere le mani sui giganti del web, per un giro di affari di più di 15 miliardi di dollari.

Eppure, pur in presenza di un lato oscuro, la sharing economy ha cominciato a vedere nascere piattaforme decisamente sociali. A partire da refugeehero.com, la “Airbnb per rifugiati”, piattaforma che funziona da trait-d’union fra privati e istituzioni disponibili a dare ospitalità e i migranti che invece l’ospitalità la cercano.

Simile lo spirito che anima la piattaforma refugees-welcome.net, lanciata soltanto nel novembre 2014 e rivolta principalmente ai privati. Due esempi fra diversi di utilizzo davvero “collaborativo” delle piattaforme digitali, ma che costituiscono ancora una esigua minoranza nel panorama di tutte quelle che vengono rubricate sotto la voce “sharing economy”.

Da vociglobali

 

 


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