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Una vita da profugo

 
Quello che non manca nel capo profughi di Shatila,  Beirut, sono motorini e immondizia. Quello che invece servirebbe è elettricità costante, acqua corrente e cure mediche.
Bambini di qualunque età e altezza corrono guidando sgangherati ciclomotori senza targa o trascinando i bottiglioni d’acqua filtrata che spostano in fretta da una parte all’altra di quel non-luogo.
A Shatila  i rifugiati lo sono da tre, a volte quattro, generazioni rimanendo quindi stranieri senza alcun diritto sociale (men che meno doveri) e impossibilitati anche a trovare un lavoro regolare, proprio in quanto tali.
Oltre i confini di quel chilometro quadrato sovraffollato da circa 25mila palestinesi, ci sono i vicini omonimi provenienti da ogni parte. Siriani, curdi, iracheni, bengalesi: un  melting pot di umanità che all’alba di ogni giorno si riversa nella strada principale dove ad attenderli ci sono i camioncini dei caporali che poi li smisteranno in luoghi in cui  c’è bisogno di braccia forti, in nero a bassissimo costo e senza nessuna pretesa.
Solo un anno fa le autorità libanesi hanno ristretto l’accesso agli immigrati, per lo più siriani: secondo  l’Unhcr (United nations high commissioner for refugees) il Libano ne ospita oltre un milione a fronte di una popolazione di circa 4milioni 300mila.
In questo paese, esteso come l’Abruzzo, una persona su cinque è rifugiata di guerra.
Il campo profughi di Shatila rappresenta un universo a parte per il suo significato storico, politico  e del Libano stesso reso più complicato anche dalla fragile coalizione tra partiti sunniti e sciiti che governa il Paese,  esasperata dalle rivalità interne, aggravata dal conflitto siriano.
Shatila  è un lembo di terra in cui oltre la metà degli abitanti vive in una stanza insieme ad almeno altre 6 persone, a volte anche 10.
Camminare tenendo gli occhi a terra permette di evitare fango e immondizia, alzarli verso il cielo produce uno strano effetto giramento di testa con i palazzi fatiscenti che sembrano toccarsi: di anno in anno vengono infatti costruite nuove stanze in altezza facendo quasi pendere le costruzioni stesse. Innumerevoli grovigli di cavi elettrici si intrecciano ovunque tra una casa e l’altra accanto a tubazioni che lacrimano acqua sporca.
Nel campo  non vige la legge libanese in quanto l’ordine pubblico viene esercitato da un comitato interno, formato dalle diverse componenti politiche, che si occupa – a rotazione più o meno settimanale – della sicurezza della micro area sovrappopolata:  nulla di ciò che accade all’interno di Shatila  esce da Shatila, in cui tutto appare incancrenito.
La domanda che assale stando in questo luogo è cosa lo distingua da una normale bidonville. “Il diritto di ritorno di tutta questa gente”  risponde Farshid Nourai, coordinatore nazionale dell’Associazione per la Pace che sostiene  l’organizzazione indipendente palestinese “Children  & Youth Center – Cyc” diretta da Mahmoud Abbes (per tutti Abu Mojahed) la cui formazione ha origine nella Cuba che fu. Abu è un po’ fratello maggiore, a volte anche genitore, di tutti i ragazzini che scelgono di convergere nell’unica ristretta area comune dove possono almeno tirare calci al pallone. Da circa sei anni infatti il progetto “Sport in Shatila” offre un’alternativa allo stare seduti tutto il giorno a guardare le ragnatele di fili elettrici sulle loro teste. La diffusione dello sport come ultimo tentativo per migliorare la condizione della popolazione giovanile in termini di coesione sociale e di controllo degli impulsi aggressivi favoriti dalle situazioni di forte stress psicologico. Da tre anni inoltre il progetto si è arricchito della collaborazione dell’Aiac (Associazione Italiana Allenatori Calcio) che organizza un corso di formazione al calcio rivolto ai mister dei 18 club sorti nel campo stesso. Paradosso nel paradosso sono infatti i numerosi gruppi sportivi che disputano addirittura due diversi e distinti campionati in un contesto che presenta enormi carenze sociali e un tasso di analfabetismo al 15% per i maschi adulti e 23% per le donne, e in cui il 60% dei giovani tra 18 e i 29 anni non ha potuto completare il ciclo di studi mentre il 50% dei giovani ha abbandonato la scuola a 16 anni.
A Shatila  si mangiano sempre meno alimenti contenenti proteine e vitamine.
Questa gente vive lo status di “assistito” in cui alimentazione oltre che educazione  sono affidate all’Unrwa, Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, ma la scolarizzazione resta un miraggio perché molti genitori indirizzano i loro figli all’accattonaggio in strada piuttosto che nelle aule di una scuola.
Le giornate nel campo profughi  sono trapanate dal rumore dei clacson dei motorini ed è forse  l’unico modo che i bambini di Shatila hanno per far sentire che esistono.

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