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“Taxi Teheran”: la terza sfida di Jafar Panahi

 

Dopo “This is not a film” e “Close curtain”, la nuova sfida di Jafar Panahi al divieto di scrivere, girare e produrre film impostogli dalle autorità iraniane nel 2010 ha dato vita a 82 minuti di cinema straordinario.
In “Taxi Teheran”, Panahi s’improvvisa conducente di taxi e, con una videocamera girevole, riprende le strade, i palazzi e i passanti della capitale ma soprattutto i volti, le espressioni e le parole dei clienti che, di volta in volta, salgono a bordo.
Ne escono situazioni esilaranti così come riflessioni profonde e scomode sulla pena di morte, sulla discriminazione nei confronti delle donne, sul cinema (con menzioni di registi che a Panahi piacciono, come Woody Allen e Kim Ki-duk), sulla vita e la morte e naturalmente sulla condizione dello stesso Panahi, “regista clandestino”.
Quando a bordo del taxi sale l’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh (“la donna dei fiori”, sorridente, solare, combattiva che col regista iraniano ha condiviso anni fa il carcere), il film si fa militante, ancora più coraggioso. Si parla anche di Goncheh Ghavami, la ragazza anglo-iraniana arrestata per aver voluto assistere a un incontro di pallavolo (poi rilasciata).
Ma la parte più intensa e profonda del film spetta a una spigliata e intraprendente ragazzina, Hana Saiedi, nipote di Panahi, che abbiamo visto ritirare commossa l’Orso d’oro tributato a “Taxi Teheran” al festival di Berlino di quest’anno.
Hana si aggiunge alle riprese con la sua fotocamera. È in cerca di un’idea per un cortometraggio da presentare a un concorso scolastico. Ma, per evitare che sia “indistribuibile”, deve girarlo secondo le “linee-guida” dettate dalla maestra, delle quali la più bizzarra è che “i buoni non devono portare la cravatta” e quella più grave e vincolante è che occorre mostrare la realtà, ma quando questa non è buona (il “realismo sordido” su cui discutono con ironia e amarezza zio e nipote) non va mostrata.
Si chiede Hana: “Perché hanno creato una realtà che poi non vogliono far vedere?”
A questa domanda, rivolta con innocenza a tutti coloro che ingabbiano e reprimono la libertà d’espressione, segue la risposta che chiude il film: due agenti della sicurezza in borghese, che hanno seguito il taxi di Panahi, approfittano di un momento in cui la vettura è vuota e portano via le telecamere.
Ma la “memory card” non c’è…

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