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No alla condanna a morte di Ali al-Nimr

 

Ali al-Nimr è un prigioniero di tribunali delittuosi, il loro verdetto è la decapitazione, la crocifissione e la putrefazione del corpo, è la preda della più oscura infamia, la vera genesi della caduta dell’intera umanità. Ali al-Nimr è un attivista sciita di venti anni, i giudici di appello della Corte penale speciale e della Corte suprema dell’Arabia Saudita, paese che detiene il triste primato al mondo di esecuzioni capitali -114 nei primi otto mesi dell’anno secondo l’Ong Nessuno Tocchi Caino- hanno confermato la sentenza di condanna a morte emessa dal tribunale penale speciale di Gedda per la “partecipazione a manifestazioni antigovernative” a Qatif, cittadina nella parte orientale del regno, quando Ali aveva appena diciassette anni.

La sentenza di morte secondo i funzionari delle Nazioni Unite è figlia di una confessione estorta al ragazzo, nipote di un eminente religioso sciita – Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte, con maltrattamenti e torture.
La lezione dei carnefici di ieri fatti di solo odio, il loro istinto sanguinario sporca ancora oggi senza pietà il desiderio di un innocente di sottrarsi al dolore che sconvolge.
Le Nazioni Unite hanno nominato l’ambasciatore saudita, Faisal bin Hassan Trad, a capo del Consiglio per i diritti umani dell’Onu nel 2016, un tumulto tra i fantasmi di chi ha sentito la propria vita spezzata dal respiro di funzionari della legge tramutati in novelli boia, per cui non esiste alcuna risurrezione.
Amnesty International prima che il re ratifichi la condanna chiede l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani, per questo ogni uomo libero che sogna un altro futuro deve firmare l’appello, solo se Ali avrà una speranza tornerà la primavera: http://appelli.amnesty.it/arabia-saudita-pena-di-morte/

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