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#informazionebenepubblico – Dall’intervento di padre Occhetta parte il Forum di Art.21

 

“Ogni azione del giornalista è già deontologica se è rivolta al servizio della ricerca della verità, al rispetto delle persone e all’indipendenza del giudizio”. Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervento su “Civiltà Cattolica” di padre Francesco Occhetta (nella foto), membro dal 2007 del Collegio degli scrittori della prestigiosa rivista dei Gesuiti

di Francesco Occhetta*

La deontologia, per i giornalisti, è un obbligo o una responsabilità[1]? L’argomento è ritornato al centro della riflessione della categoria da quando ogni giornalista è stato chiamato a curare la propria formazione permanente frequentando corsi o lezioni approvate dall’Ordine[2].

Se intorno alla deontologia i giornalisti si identificano come un «corpo scelto», ci si chiede se l’osservanza delle norme deontologiche riguardino anche i comunicatori non giornalisti come i bloggers o più semplicemente chi pubblica attraverso i social networks. Per alcuni, infatti, sembra davvero tutto lecito: postare foto di morti carbonizzati oppure di persone ammazzate e poi crocifisse, inquadrare volti di bambini disperati, promuovere pubblicità occulta, divulgare video volgari e violenti.

Davanti a questo nuovo scenario la deontologia ha subito una battuta di arresto ed è alla ricerca di nuovi equilibri. Rimane la bussola di tutte le figure professionali del settore della comunicazione — dai giornalisti ai pubblicitari, dai Pr agli operatori di impresa, dai semplici comunicatori ai bloggers —, perché pone tutti davanti alle stesse responsabilità: quando e come la comunicazione (che si promuove) è un bene pubblico? Quale rapporto intercorre tra il diritto all’informazione e il dovere di proteggere la dignità delle persone? Quali dati e foto si possono o non si possono pubblicare per non ledere la dignità personale? E infine: come proteggere i minori e salvaguardare la privacy degli individui? […]

Il rispetto della deontologia dipende infine anche dal delicato rapporto tra i centri di potere di un Paese, gli editori e i giornalisti. Le tensioni nascono quando si devono bilanciare i princìpi di autonomia e indipendenza della professione con la difesa della dignità del lavoro e una retribuzione congrua. Il caso italiano è paradigmatico. La parte più giovane della categoria è in genere precaria e lavora grazie all’apertura di una propria partita Iva o con contratti di collaborazione, rappresentando una sorta di «panchina sottopagata» della categoria; i circa 110.000 giornalisti iscritti all’Ordine sono troppi sul mercato, mentre i master di giornalismo continuano a vendere «falsi sogni» di realizzazione; infine, l’Ordine fa ancora troppa fatica a riformarsi[3].

Davanti alla crisi dell’editoria e al precariato dilagante sono stati fissati i parametri per una retribuzione minima dei collaboratori[4]. Le tabelle varate prevedono un compenso minimo di 3.000 euro l’anno, 20 euro lordi ad articolo, 6 euro per le notizie di agenzia. Quanto è stato fissato sembra davvero insoddisfacente per poter usare la definizione di «equo» compenso. Invece il fondamento della deontologia riparte proprio dalla responsabilità degli editori di riconsiderare il ruolo dei giornalisti e la funzione sociale dell’informazione e dell’autonomia del giornalismo. Negli ultimi anni gli editori, con i fondi stanziati dalle legge 416, hanno scaricato la crisi sul costo del lavoro, sull’occupazione con ricorsi ai prepensionamenti e senza nuove assunzioni e progetti innovativi. Anche l’Ordine e il sindacato, ancora troppo divisi, hanno il compito di impedire che il precariato diventi strutturale nella professione, altrimenti il giornalismo perderà la sua indipendenza. […]

Il tema della deontologia rischia di essere inflazionato, se l’Ordine nazionale dei giornalisti la insegna come un alibi o la gestisce come un business che si presta a operazioni di immagine e di convenienza. Attraverso la formazione permanente, il giornalismo italiano ha occasione di rilanciare la professione non come una corporazione ma come un servizio al Paese e alla democrazia.

Ogni azione del giornalista è già deontologica se è rivolta al servizio della ricerca della verità, al rispetto delle persone e all’indipendenza del giudizio; l’insieme di queste azioni, anche se indirette e inconsapevoli, aiuta a costruire o a demolire il bene comune, lo spazio sociale, il legame di solidarietà, la responsabilità verso le giovani generazioni a costruire l’Europa. È per questo che le regole deontologiche hanno bisogno di giornalisti che curino anche la loro formazione umana e l’intenzionalità del loro agire. Mai come in questo periodo storico la deontologia può aiutare come una bussola a lasciare definitivamente le vecchie forme di giornalismo classico per navigare verso le nuove forme di giornalismo che si vedono all’orizzonte, di cui si intuisce e si si sperimenta l’urgenza. La deontologia non può percepirsi come «dovere in contrasto a qualcosa» ma come «una possibilità in favore di». È vero, le norme deontologiche si devono insegnare, ma quelle che più hanno effetto sono quelle che si trasmettono «per contagio» grazie al comportamento di colleghi corretti. Anche il ritorno all’obiezione di coscienza per difendere gli interessi dei più deboli e le proprie convinzioni è parte della deontologia, altrimenti, lo diceva già Publio Siro: «Accettare un beneficio equivale a vendere la propria libertà».

[1].      Per approfondire l’argomento, cfr F. Occhetta, Le tre soglie del giornalismo. Servizio pubblico, deontologia, professione, Roma, Ucsi, 2015.

[2]     I 60 crediti che ogni giornalista deve ottenere in tre anni sono fissati dal regolamento approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e accettato dal Ministero della Giustizia che lo ha pubblicato sul proprio bollettino ufficiale lo scorso 31 dicembre 2013. Tale regolamento stabilisce (art. 5) come «il mancato assolvimento dell’obbligo formativo è ostativo all’attribuzione di incarichi a qualsiasi titolo deliberati dal Consiglio Nazionale» e affida ai Consigli regionali la verifica annuale, «nei modi e nei tempi opportuni» (art. 7), dell’assolvimento «dell’obbligo di formazione professionale. L’accertamento della violazione di tale obbligo comporta l’avvio dell’azione disciplinare nei confronti dell’iscritto inadempiente». In http://odg.it/

[3].      Cfr F. Occhetta, «L’Ordine nazionale dei giornalisti», in Civ. Catt. 2013 III 506-520.

[4].      L’accordo è stato raggiunto dalla Commissione governativa sull’equo compenso, istituita in base alla legge 233/2012, e presieduta dal Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, con l’accordo tra la Fieg (Federazione italiana editori giornali) e la Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) di giugno 2014.

Fonte: http://www.laciviltacattolica.it/it/quaderni/articolo/3611/la-deontologia-dei-giornalisti/

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