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LicenzieRai

 

Saranno clementi i venticinque lettori di “Ri-mediamo” se si tornerà, come in un sequel, sulla vicenda della Rai. Del resto, la lettura dell’articolato normativo del governo –pubblicato lo scorso venerdì sera su uno dei siti attivi di Palazzo Chigi- induce a qualche considerazione aggiuntiva. “Non c’è niente di nuovo” potrebbero dire “I Camaleonti”, sull’onda di un loro celebre brano del 1967. E infatti i sei articoli del testo non riservano particolari sorprese rispetto ai due annunci precedenti. Non è inedito il tetto di spesa che può toccare l’amministratore delegato, 10 milioni di euro già previsti per l’attuale presidente, che ha facoltà di firmare contratti sino a tale cifra su proposta del direttore. La rivoluzione sta solo nel salto di un passaggio? Mah. E che fine ha fatto il mantra del “fuori i partiti”? Miserrima, visto che quattro dei sette consiglieri di amministrazione sono eletti dal parlamento e che –udite, udite- la commissione di vigilanza (il cui ruolo è da tempo logoro ed eccentrico rispetto al tempo dell’integrazione tecnologica) rimane sic et simpliciter. Qualche spunto è avventuroso: in caso di cessione di oltre il 10% delle azioni (?) cesserebbe l’affidamento all’azienda del servizio pubblico; perde vigore per la Rai il codice degli appalti pubblici, con curiosa discrasia rispetto all’urgenza –se mai- di rafforzare vincoli e criteri etici. Insomma, il diavolo ancora una volta si annida nei particolari.

Ed eccoci al maggiore dei particolari: il conclamato licenziamento dell’amministratore delegato con riduzione della buonuscita a tre mesi in luogo dei dodici di prassi. Di nuovo si potrebbe chiedere conto di quale sia la novità. Infatti, è così nelle imprese che si dotano di un capo-azienda: oneri e onori del management. Ma, attenzione. Proprio qui passa un messaggio simbolicamente (e semanticamente) forte. In linea con lo spirito ideologico alla moda, il verbo licenziare prende la scena e minaccia di riguardare -più che l’amministrazione prossimo venturo- tutti gli altri. Licenziare, licenziare….uno dei marchi identificativi del governo e dell’attuale stagione culturale. Insieme a decidere, rottamare uno storico tabù appare ora un trofeo da esibire, di fronte ad una parte della società che si vuole solleticare negli istinti plebei e vendicativi. E’ una china generale, che adesso fa capolino pure in viale Mazzini di Roma. Dove da sempre si fanno le prove generali per qualche altra cosa. Si comincia da amministratore e consiglieri –per dire- ma il varco si apre e la soglia delle tutele si abbassa. Tra l’altro, in tanta evocazione del mercato, viene il dubbio che solo chi ha ambizioni “extra” è sospinto ad imbarcarsi in un’avventura apparentemente così curiosa.

Non mancano, poi, alcune “chicche” che oscillano tra commedia e tragedia e non per una scelta estetica. Si tratta dei decreti delegati previsti per la definizione del finanziamento e per la revisione della vecchia legge Gasparri. L’inserimento del canone nella bolletta elettrica sembrava deciso. Al contrario, si riparte da zero, con l’unica notizia incoraggiante della sostanziale tenuta degli introiti. Come se i cittadini, in fondo, mostrassero una fedeltà che chi ha in mano il pallino sembrerebbe avere smarrito. Quanto all’urgentissima abrogazione dell’architettura giuridica in vigore, madre e figlia della stagione berlusconiana, ci si poteva aspettare ben altra determinazione, almeno simile alla grinta mostrata nella modifica dello Statuto dei lavoratori (Jobs Act) e della Costituzione.

Fonte: “il Manifesto”, 8 aprile

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