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Pakistan, Lahore: 15 vittime nell’ultima aggressione alla comunità cristiana

 

Caos, violenza, aggressioni e orrore sono termini estranei al lessico della liturgia cristiana. La messa domenicale dovrebbe essere un momento di ritrovo spirituale, un’occasione per assimilare valori condivisi e diffondere il messaggio di rispetto e uguaglianza teorizzato dalle sacre scritture. Domenica 15 marzo, a Lahore, in Pakistan, un duplice attentato rivolto ad altrettante chiese (una cattolica e una anglicana) ha causato 15 morti e una settantina di feriti. Il gesto è stato apertamente rivendicato da Ihsanullah Ihsan, portavoce di Jamaat ul Ahrar (JuA), un gruppo taliban pachistano legato al movimento di Al-Quaeda. Animato dal fanatismo religioso, Jamaat ha dichiarato che le aggressioni alle minoranze non si fermeranno “fino a quando la sharia non sarà imposta nel Paese”. Al momento delle esplosioni, la paura dei fedeli si è riversata per le strade: la folla, terrorizzata, si è abbandonata ad atti di ingiustificata barbarie, tanto da catturare due possibili sospetti e bruciarne i corpi inermi in seguito a scene di tortura e linciaggio.

Le bombe di Lahore rappresentano solo l’ultimo episodio di una tensione intestina risalente al 1947. In Pakistan l’appartenenza religiosa ha sempre avuto un ruolo dominante; il 97% della popolazione è di confessione islamica (77% Sunniti, 20% Sciiti), mentre il rimanente 3% è equamente diviso tra Cristiani e Induisti. Negli ultimi 5 anni la cronaca internazionale ha denunciato innumerevoli casi di intimidazioni, sequestri, stupri e omicidi. Professare una religione diversa dall’Islam è un rischio concreto: il Pakistan è infatti uno dei pochi paesi dove non soltanto è tuttora in vigore la legge contro la blasfemia (coperta dall’articolo 295c del codice penale), ma la  stessa è soggetta ad un grado di strumentalizzazione di prevedibile iniquità. Nel 2010, l’estrema applicazione della legge in essere, portò alla prima condanna a morte comminata ad una donna, Asia Bibi. Accusata di aver offeso il profeta islamico Maometto, Asia Bibi vive in carcere dal 2009; riceve ogni giorno continue minacce e alla sua cella è stata riservata una sorveglianza speciale. Negli anni, molte organizzazioni hanno espresso il proprio sdegno nei confronti della vicenda, battendosi concretamente per la liberazione della condannata. Il governatore del Punjab, Salmaan Taseer, e l’ex ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, avevano messo in discussione la trasparenza della suddetta legge, sottolineando la facilità con cui i tribunali emettessero verdetti in relazione a crimini poco dimostrabili. In risposta a questa battaglia, Salmaan Taseer e Shahbaz Bhatti sono stati entrambi assassinati da fondamentalisti islamici come «messaggio per tutti coloro che sono contro le leggi sulla blasfemia».

Il 4 novembre 2014, dopo la tragedia dei coniugi Shahzad Masih e Shama Bibi, arsi vivi in una fornace perché accusati di blasfemia, centinaia di manifestanti hanno ribadito la necessità di agire nell’immediato per l’abrogazione della legge.

La persecuzione dei Cristiani in Pakistan annovera innumerevoli episodi di dissennata violenza: 16 dicembre 2014, Peshawar, sei uomini armati di Tehrik-e Taliban uccidono 145 persone (132 ragazzi dai 10 ai 18 anni) con un attentato alla Scuola Pubblica Militare. Si tratta dell’attacco terroristico che ha causato il maggior numero di morti nella storia del paese. Provando a Googlare “Pakistan attentati” la lista degli orrori assume connotati grotteschi: kamikaze, bombe, torture e qualsiasi genere di barbarie rappresentano un fenomeno diffuso e poco colpevolizzato. La comunità cristiana accusa la polizia di indolenza e diversità di trattamento ma, soprattutto nelle Aree tribali tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-occidentale, è difficile parlare di legalità. In queste zone l’amministrazione del governo federale di Islamabad è poco più di una formalità, mentre i gruppi armati di terroristi si servono di un sistema penale durissimo e in massima parte arbitrario.

In Pakistan lottare per la propria libertà richiede grandi sacrifici. Schierarsi contro il sistema significa, nel migliore dei casi, esporsi al giudizio di una magistratura corrotta. Gli avvocati e i giornalisti che si battono in nome dei diritti umani, laddove non intervenga la giustizia privata, si espongono a retate e conseguenti arresti. Nell’ambito della libertà d’espressione, il paese si colloca al 159° posto (su 180) nell’annuale World Press Freedom stilato da Reporters sans frontières; esprimersi liberamente è prerogativa rara, se non impensabile, come testimonia il tentativo dell’Autorità delle Telecomunicazioni di inserire “Gesù Cristo” nella lista nera delle parole bandite dagli SMS (questione superata e ufficialmente chiusa).

In un paese estraneo al concetto stesso di democrazia, la pluralità religiosa rappresenta un elemento di radicata frammentazione sociale. La persecuzione della comunità cristiana costringe i fedeli ad uno status di timore esistenziale generato dalla paura verso il terrorismo islamico. L’uguaglianza e il rispetto sono cardini fondanti di qualsiasi religione; Papa Francesco si è espresso in questo senso nell’Angelus domenicale: “ imploro dal signore il dono della Pace e della concordia per quel Paese e che questa persecuzione, che il mondo cerca di nascondere, finisca” dimostrando che, indipendentemente dal culto e ai rispettivi testi di riferimento, esistono insegnamenti impermeabili alla differenza di pelle, cultura, costumi e religione.

“Aiutatevi l’un l’altro, in carità e pietà e non sostenetevi nel peccato e nella trasgressione” (Corano, Sura V, versetto II)

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