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“Mio padre mi ha insegnato a rispettare sé stessi e gli altri”. Intervista a Paolo Jannacci

 

“Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo è una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeah!”. “Quelli che sono onesti fino a un certo punto, oh yeah!” “Quelli che la mafia non ci risulta, oh yeah!” Puoi smontarlo e rimontarlo in vari modi ma “Quelli che…”, il memorabile pezzo di Enzo Jannacci, che scrisse nel 1975 e che ispirò il titolo della storica trasmissione “Quelli che il calcio”, conserva inalterata ancora oggi la sua energia e la sua attualità.
Scomparso il 29 marzo di due anni fa il “cantattore” milanese, come qualcuno lo definiva, non perdeva mai il suo spirito ironico, “anche quando da attento osservatore di ciò che succedeva nel mondo si lanciava in spaccati divertenti e talvolta irriverenti”. A raccontarcelo così è il figlio Paolo, pianista, compositore e arrangiatore che ha accompagnato il padre in tanti concerti, suonando il piano, il basso elettrico e la fisarmonica.

Cosa le manca di più di suo padre?
Mi manca tutto come quando se ne è andato. Anzi di più. Man mano che passa il tempo mi mancano soprattutto le piccole cose, la semplicità della vita insieme.

Quali valori le ha trasmesso?
Quelli che suo padre aveva trasmesso a lui e che poi lo hanno portato a diventare chirurgo: cercare di rispettare sé stessi e gli altri. Perché a un certo punto si capisce che siamo tutti uguali e tutti fragili. E quando impari questo diventa tutto più semplice. La cosa che lo faceva davvero stare bene era quando poteva stare in armonia con gli altri.

Jannacci musicista e chirurgo. Come coesistevano in lui queste due professioni così – quantomeno apparentemente – distanti?
Convivevano incredibilmente all’unisono. Due facce della stessa medaglia. Ed è riuscito a fare bene entrambe, io non ne sarei capace. Questa era la sua genialità. E la musica gli veniva fuori senza tecnica, e senza sforzo.

Sognatore e concreto
In fondo entrambe queste caratteristiche fanno parte di noi, in modo diverso, si tratta di saperle far venire fuori e saperci convivere. Anche nel lavoro non c’è mai solo fantasia o solo concretezza. Tu sei un giornalista, e sicuramente hai una scintilla creativa.

Suo padre è entrato di diritto nell’olimpo dei grandi cantautori italiani. Li accomunava anche un forte impegno sociale, e l’indignazione per le ingiustizie. Valeva anche per lui?
Assolutamente sì. Gli piaceva molto immergersi nel sociale, ed era sempre attento a quello che gli succedeva intorno. E l’ironia ero lo strumento con cui manifestava la sua indignazione.

La Rai dopo la sua scomparsa gli ha dedicato numerosi speciali, hanno colto lo spirito di Enzo Jannacci?
Direi proprio di sì. Sono stati attenti e rispettosi della figura di mio papà. E io sono ovviamente felice quando tv, radio e giornali lo ricordano. Devo dire che i tuoi colleghi televisivi hanno avuto sempre una parola di riguardo per lui.

Concludiamo con Jannacci Paolo. Il rapporto artistico padre-figlio è storicamente conflittuale. Non è il vostro caso
Per me quella con mio padre non è mai stata una competizione. Ed è per questo che sto portando avanti adesso un tributo a papà suonando e cantando tutti i suoi brani in una scaletta che cambia continuamente. E sto lavorando ad un nuovo progetto musicale, raccontare storie, come faceva lui…

Un ricordo che le torna spesso nella memoria
Andammo insieme al produttore Tony Verona a fare un omaggio a Luigi Tenco insieme all’orchestra sinfonica di Parma. Lo avevo accompagnato perché avevo scritto due-tre tracce di alcuni brani. Quella sera però io non suonavo e così mi sono messo dietro le quinte. E a un certo punto l’ho visto e sentito cantare e mi sono emozionato.

In “Vengo anch’io no tu no” Jannacci cantava: “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale […] per vedere se la gente piange davvero e capire che per tutti è una cosa normale e vedere di nascosto l’effetto che fa”. A due anni di distanza dalla sua dipartita riascoltare Enzo Jannacci fa sempre un bell’effetto!

Fonte: Radiocorriere Tv

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